capitolo 29

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Il giorno dopo l’evento del caffè, non avevo idea di cosa mi aspettasse.

La mattina iniziò con la solita routine, ma ogni rumore, ogni movimento fuori dalla finestra, mi sembrava più sospetto del solito.

James era arrivato presto, come promesso, ma c’era qualcosa nel suo sguardo che mi fece capire subito: non era solo preoccupazione ordinaria, era tensione vera.

«Anna… dobbiamo parlare», disse appena entrato, chiudendo la porta dietro di sé.

Mi sedetti sul divano, incrociando le braccia. «Non ho bisogno che tu mi dica che oggi sarà normale.»

Lui sospirò, e il peso nelle sue spalle sembrava quasi visibile. «Non lo sarà. Ieri non era un caso. Qualcuno ci stava osservando, e credo che non si fermerà.»
Il mio stomaco si chiuse.

Lo sapevo.

Non avevo mai pensato che la nostra vita insieme sarebbe stata semplice, ma sentirlo confermare mi faceva percepire il rischio in modo concreto.

«Chi?» chiesi, cercando di controllare la voce.

«Non so ancora», ammise James. «Ma non era un passante qualsiasi. E io… non voglio che tu sia coinvolta.»

Lo guardai e lo fermai con un gesto della mano. «James, non sei tu a proteggermi sempre.

Non posso vivere nella paura. Se voglio stare con te, devo essere pronta a tutto.»

Annui, ma il suo sguardo tradiva il conflitto.

Sapevo quanto gli pesasse la responsabilità della sua famiglia e quanto fosse difficile mostrarsi vulnerabile.

Fu in quel momento che sentimmo la porta aprirsi di nuovo.

Max.

Il suo ingresso non era mai sottile, e questa volta la tensione nella stanza cambiò di colpo.

Si fermò sulla soglia, gli occhi che valutavano ogni movimento.

«Ho sentito che qualcuno vi seguiva», disse secco.

«E voglio sapere tutto.»
James gli lanciò un’occhiata.

«Max, non è il momento di fare l’investigatore privato.»

«Non è curiosità», ribatté Max. «È protezione. E se c’è una minaccia, voglio essere pronto.»

Io mi alzai, cercando di mediare. «Max… calma.

Non serve fare confronti o accuse adesso. Stiamo cercando di capire cosa succede.»

Lui mi fissò, serio. «Anna, so proteggerti meglio di chiunque altro.

E se c’è qualcuno che vuole fare del male a te o a James… lo scoprirò prima che tu te ne accorga.»

James scosse la testa. «Non è così che funziona. Se intervieni senza capire, puoi peggiorare tutto.»

Ci fu un lungo silenzio, tutti e tre presenti nella stanza, ognuno consapevole del pericolo che incombeva. Poi James ricevette una chiamata.

Guardò lo schermo e impallidì. «È mio padre», disse piano, la voce tesa. «Vuole parlarmi… ora.»

Max si avvicinò immediatamente. «Non lascerai sola Anna, vero?»
«No», rispose James. «Ma devo gestire questa situazione.»

Io rimasi in piedi, osservando i due uomini discutere a distanza ravvicinata.

Il senso di protezione di Max, il senso di responsabilità di James… e io, nel mezzo, a cercare di non farmi travolgere dalla tensione.

James si allontanò per parlare con suo padre, e io mi rivolsi a Max. «Posso fidarmi di lui?» chiesi.

Mi guardò, serio. «Sì. Ma ci sono cose che non sappiamo. E io non voglio trovarti impreparata.»

Non dissi nulla. Respirai a fondo e cercai di concentrarmi sul presente, sul qui e ora. Ma la sensazione che qualcosa stesse per succedere non mi lasciava mai.

Dopo pochi minuti, James rientrò, il volto più teso che mai.

«Mio padre mi ha detto che qualcuno ci sta cercando», disse piano. «Non è un semplice caso di curiosi. È collegato a tutto ciò che la mia famiglia ha… nel passato.»

Max si strinse le spalle, visibilmente irritato. «Te l’avevo detto», disse, ma la sua voce tradiva preoccupazione più che rabbia.

Io misi una mano su quella di James. «Allora dobbiamo affrontarlo insieme. Non scapperemo.»

James annuì, ma il suo sguardo incrociò quello di Max per un attimo.

Si percepì una tensione sottile, il confronto silenzioso tra il migliore amico e il fratello protettivo.

Io intervenni subito. «Basta. Siamo tutti dallo stesso lato.»

Max mi guardò e annuì lentamente. «Va bene… per ora», disse, senza togliere gli occhi di dosso a James.

Il resto della giornata trascorse tra tensione e silenzi pesanti.

Ogni volta che il telefono vibrava, il mio cuore saltava un battito.

Ogni messaggio criptico, ogni automobile parcheggiata in modo sospetto, mi faceva sentire come se fossimo sotto osservazione continua.

La sera, mentre James ed io ci preparavamo a cena, Max mi avvicinò di nuovo.

«Anna, devi stare attenta», disse sottovoce. «Non puoi immaginare quanto alcune persone siano… determinate.»

Lo guardai, decisa. «Lo so. E non ho intenzione di tirarmi indietro.»

James mi prese la mano, stringendola forte. «Non lo faremo», disse. «Affronteremo tutto insieme.»

Ma proprio mentre ci avvicinavamo alla porta, il telefono di James squillò di nuovo.

Stavolta non era un messaggio familiare: era un numero sconosciuto. La vibrazione tra le sue dita sembrava trasmettere un brivido fino alla mia spina dorsale.

Mi voltai verso di lui. «Chi è?» chiesi, anche se temevo la risposta.

Lui non rispose subito. Guardò il display e una tensione nuova attraversò il suo volto. «Non lo so», disse piano. «Ma è collegato a ieri.»

Max, alla porta, fece un passo avanti, pronto a intervenire.

Io lo fermai con un gesto. «Aspetta», dissi. «Non sappiamo ancora nulla. Facciamo attenzione, ma restiamo insieme.»

E così uscimmo, consapevoli che la nostra vita non sarebbe più stata tranquilla.

Quel semplice appuntamento era diventato un test di fiducia, protezione e coraggio.

Sapevamo che il pericolo era reale, e che la prossima mossa non sarebbe stata nelle nostre mani. Ma, insieme, eravamo pronti a affrontarlo.

E in quel momento capii una cosa: non importava quanto fosse pericoloso, quanto Max fosse geloso o quanto James fosse legato alla sua famiglia.

Io non mi sarei tirata indietro.

La vera sfida stava appena iniziando.

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