capitolo 27

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La giornata era iniziata apparentemente normale, ma avevo quella sensazione strana, sottile, che qualcosa stesse per succedere.

Non riuscivo a scrollarmela di dosso, nemmeno mentre sorseggiavo il caffè sul balcone di casa.

James aveva dormito da me la notte precedente e, nonostante l’intimità condivisa, non riuscivo a sentirmi completamente al sicuro.

Lui sembrava sempre così sicuro di sé, così controllato… e io non potevo fare a meno di pensare a tutto ciò che lo circondava, alla sua famiglia e a quello che il suo mondo poteva comportare per me.

Quando scese dalla macchina quella mattina, mi strinse la mano come se volesse assicurarsi che fossi davvero lì con lui, presente e lucida. «Sei distante», gli dissi cercando di non sembrare accusatoria.

«Solo pensieri di lavoro… niente che ti riguardi», rispose, con quel tono calmo che però tradiva un filo di preoccupazione.

«È sempre così, però», ribattei. «I tuoi pensieri diventano miei solo quando c’è un problema da affrontare.»

Sorrise appena, un sorriso leggero, rassicurante.

Ma non bastava a farmi sentire davvero tranquilla.

Decidemmo di fare una passeggiata in centro, il modo più semplice per allontanarci dai pensieri.

La città era viva: bambini che correvano tra i marciapiedi, negozi pieni, clacson e rumori di traffico.

Tenevo James per mano, sentendo il suo calore, ma percepivo anche quella tensione latente, quella sensazione che qualcosa di invisibile stesse scrutando ogni nostro passo.

Non dovetti aspettare molto.

Un uomo si avvicinò con fare deciso, le mani in tasca, lo sguardo fisso su di noi. «State cercando qualcuno?» chiese con voce rauca.

La mia prima reazione fu di analizzare la situazione: il tono, i movimenti, l’aria intorno a lui. Qualcosa non andava.

James si fece avanti, proteggendomi come aveva sempre fatto.

«No, stiamo solo passeggiando», rispose con fermezza.

Cercava di rimanere calmo, ma io vedevo la tensione nei suoi occhi, quella che non mostrava mai.

«Andiamo», gli sussurrai, e lui annuì, prendendomi per mano e guidandomi fuori dalla folla.

L’uomo ci seguì ancora per qualche passo, poi si fermò, osservandoci sparire dietro un angolo.

Solo quando fummo al sicuro sentii il cuore battere più forte.

Mi sedemmo in un piccolo caffè, vicino alla finestra, e finalmente potevamo parlare senza la pressione della folla intorno. «Sai perché questo mi ha colpita così?» dissi, accarezzando distrattamente la tazza di caffè.

«Perché non ti aspettavi che succedesse?» mi chiese lui.

«In parte sì… e in parte no», risposi.

«So che è collegato a te, alla tua famiglia, e questo mi fa sentire… vulnerabile.»
James sospirò.

«Non tutto può essere condiviso… almeno non ancora. Ma non ti metterei mai in pericolo senza motivo.»
Io lo fissai,

cercando di leggere il suo volto. La sua sicurezza apparente non bastava più; volevo capire fino a che punto potevo fidarmi.

«Non voglio protezione a metà», gli dissi. «Se restiamo insieme, devo sapere fino a che punto ci sei davvero.»

Lui mi strinse la mano e restammo in silenzio per un momento.

Non servivano parole.

Poi annuì appena, e per un attimo tutto sembrava fermo: nessun rumore, nessun pericolo, solo noi.

Quando ci alzammo per tornare verso casa, notai un’auto scura ferma più avanti, luci interne spente, motore acceso.

Non riuscivo a vedere chi fosse dentro, ma il senso di osservazione era evidente.

Non dissi nulla a voce alta, ma lo feci capire a James con uno sguardo

. «Lo vedo», disse sottovoce.
Cambiò strada, attraversando vicoli secondari e tenendomi vicina.

Il cuore mi batteva forte, non di paura cieca, ma di consapevolezza

. Sapevo che quel pericolo era reale e che non avrei potuto contare solo sulla sua protezione. Dovevo essere lucida, pronta.
Quando finalmente fummo al sicuro, ci sedemmo su una panchina in un parco poco distante.

Respirai profondamente e finalmente lasciai uscire un po’ di tensione. «Questo cambia tutto», dissi.
James mi strinse la mano, più forte. «Solo se lo permetti», rispose.

Lo guardai e per un attimo tutto il resto scomparve: pericolo, tensioni, famiglia… restavamo solo noi due.

Ma sapevo che quella non sarebbe stata una semplice passeggiata.

Quello era solo un assaggio del mondo che ci aspettava, e del fatto che la nostra vita insieme non sarebbe mai stata normale.

E mentre ci alzavamo per tornare verso casa, percepii un brivido. Non era paura, ma un avvertimento: chiunque ci stesse osservando non se ne sarebbe andato così facilmente.

E io, per la prima volta, compresi quanto il nostro amore fosse fragile… e quanto fosse già abbastanza potente da farci affrontare qualsiasi cosa.

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