NOIR

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"Pigiate play👆. Non si può camminare nel bitume senza il giusto blues a sussurrare ai propri demoni."

Questo testo è la voce interiore di Braël, il Poeta Dannato. Il suo Noir non cerca la pace, ma la verità cruda: la brutale eleganza di un cuore nero che frantuma la maschera della malinconia per esibire la rabbia di chi è ancora, terribilmente, vivo (la domanda finale a chiusura del testo).

 Il suo Noir non cerca la pace, ma la verità cruda: la brutale eleganza di un cuore nero che frantuma la maschera della malinconia per esibire la rabbia di chi è ancora, terribilmente, vivo (la domanda finale a chiusura del testo)

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Non è semplice scavare dentro di noi e fare a pugno con se stessi, non quando percorriamo l'unico sentiero che ci percuote l'anima: la coscienza.

Il selciato risuona dei miei passi in un'atmosfera noir dalle ombre nascoste.

I vicoli bui, come l'ignoto dentro di me, si piegano a un riverbero ibrido e ribelle. L'aria è umida, profuma di torba, sfumata di una caligine grigia e ruggente.

Cerco di dare un nome ai volti che affiorano tra i vapori dei tombini, ma la mia memoria è un mazzo di carte truccate: ogni volta che provo a pescare un ricordo, mi trovo in mano una tabula rasa, liscia come l'indifferenza. Stringo i denti. Vado avanti.

Mi sono perso in questa città o sono io che ho smesso di esistere per lei?
Cammino per non restare indietro rispetto alla mia stessa ombra, l'unica compagna che non fa domande e non aspetta risposte.

Siamo fatti di ciò che ricordiamo, ma definiamo noi stessi soprattutto attraverso ciò che scegliamo di dimenticare. In questo deserto interiore abita il silenzio; non come isolamento, ma come l'unico specchio fedele dove ci spogliamo di tutto.

L'oblio non è perdere pezzi di sé, è fare spazio. È nel baratro di ciò che abbiamo lasciato andare che la solitudine smette di essere un peso e diventa il luogo in cui finalmente ci si riconosce, non per ciò che abbiamo accumulato, ma per ciò che sopravvive al nulla. Siamo, in fondo, l'unica cosa che rimane quando tutto il resto viene dimenticato.

Le lacune non sono assenze, sono graffi su una vecchia pellicola: interrompono la scena proprio quando sta per farsi chiara. Forse... non è stare soli, ma accorgersi che il battito dei propri tacchi è l'unica prova di essere ancora qui, in questo purgatorio di asfalto e foschia che non concede sconti a nessuno.

Ogni passo è un chiodo piantato nel bitume, il tentativo di ancorarmi a una realtà che continua a sfaldarsi. Lo stress non è fretta, qui; è la tensione di una corda che non si spezza mai, un ronzio elettrico che sostituisce il battito del cuore.

Mi mancano dei pezzi. Nomi che si sciolgono come zucchero nella pioggia, volti che diventano macchie d'inchiostro su un diario mai scritto.

Questi abissi personali sono i miei unici lussi: non ricordare significa non dover chiedere scusa.

Mi perdo nei dettagli minimi - il riflesso di un neon in una pozzanghera, il fumo che esce dalla bocca e sparisce subito dopo - perché le grandi domande bruciano troppo. Forse la solitudine è proprio questo: non essere più l'attore protagonista, ma il testimone oculare della propria scomparsa, un'ombra che attraversa la città senza lasciare nemmeno un graffio sui muri.

In fondo, non lo facciamo tutti?

Camminiamo da soli, nel silenzio della notte. Tra riflessioni e strade deserte ci fermiamo in un bar, solitario come noi: il non-luogo dove la solitudine non si diluisce, ma si distilla, sorseggiando un whiskey torbato al ritmo di un dark blues che sussurra ai nostri demoni.

Il ghiaccio stride contro il vetro, un suono secco che scuote il torpore, mentre l'odore aspro del tabacco stantio si impiglia nei vestiti come un vecchio rimpianto.

Il bancone è freddo sotto le dita, unico appiglio in un mondo che scivola via... trattenuto tra un sorso di malto e l'altro.

Le note del blues si trascinano sul pavimento come una ferita aperta. Mi guardo attorno: le tante facce spente immortalate nel tempo che non scorre più, diventando denso e pesante come il velluto delle poltrone consumate. Siamo naufraghi che non cercano la riva, ma solo un modo dignitoso per affondare insieme i propri segreti, mentre il mondo fuori diventa un ricordo quasi fastidioso.

Osservo la mia immagine distorta nel vetro scuro della bottiglia: è una sagoma dai contorni incerti, un puzzle a cui mancano troppi pezzi per essere ricomposto.

Mi chiedo se la città, fuori, stia continuando a vivere o se sia rimasta immobile, congelata in questo fermo immagine di asfalto e nebbia, in attesa che io faccia la prossima mossa. Ma non ci sono mosse da fare, solo minuti da consumare come mozziconi in un posacenere troppo pieno.

Aspiro la sigaretta e getto il fumo dentro il bicchiere prima di berne un altro sorso, come a voler ingoiare i miei pensieri per farli tacere. La vacuità che prima mi spaventava ora mi accoglie; è una coperta ruvida, un rifugio senza porte, un posto buio dove le domande smettono di urlare.

Non sono più io che attraverso la notte, è la notte che finalmente ha finito di attraversare me, lasciandomi solo la nuda essenza di ciò che resta.

E quando le luci poi si spengono, inghiottendo anche l'ultimo riflesso ambrato nel bicchiere, il graffio della chitarra si arrende all'ultima nota, e ... rimane solo il nostro respiro.

Un suono nudo, nell'oscurità che adesso ci somiglia.

Butto giù l'ultimo sorso, quello che brucia più degli altri, e lascio che il bicchiere batta sul bancone con un suono sordo. Mi alzo, senza guardarmi indietro, e sparisco di nuovo nella nebbia.

La notte ha ancora spazio per un'ombra come me.

Adesso, ditemi! Ne volete ancora?
Perché ho la testa piena... di queste stronzate!

NdAQuesta breve prosa Noir, sarà uno dei capitoli approfonditi del Poeta Dannato, dove il punto di rottura ci farà connettere con Braël

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NdA
Questa breve prosa Noir, sarà uno dei capitoli approfonditi del Poeta Dannato, dove il punto di rottura ci farà connettere con Braël. (Se non lo avete ancora letto, sbirciatelo. Vi farà impazzire, dannare insieme a lui e innamorare. È un poeta maledetto dalle tinte dark, che pone l'eleganza del tormento e il rigetto cinico della propria sofferenza. (Chissà se l'amore e la passione lo salveranno?)

PS: Eh, sì, è un "dedicato a me", tolto all'ultimo minuto dal ciclo "Frammenti".
Dopotutto, il buon caro, vecchio Braël ha sempre qualcosa da dire, e parla per tutti, o no? E poi... le sue stronzate... so' le mie...

 so' le mie

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Dedicato a meDove le storie prendono vita. Scoprilo ora