Sai, Sei ... e sai

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Sai,
ci sono cose che si afferrano, così come date. Così come prese. E la presa è flebile. La mano si articola tra pieghe e strappi, in momenti diversi; in attimi respinti.

Sai,
ci sono cose che si prendono tutto. Di noi. E che in noi qualcosa poi rimane. Ombre sul cuore e cristallo sulla pelle: la trasparenza del vedo; la risonanza del sento. È la notte in cui mi perdo su cose che conosco, che stanno dentro di me. Di cose che ho detto e non detto.

Sai,
ci sono cose su cui abbiamo imparato a camminare sopra. Rabbia, gioia e risate piene. Per sentirle ancora spingo la vista sull'orizzonte, così lontano che ho paura di non vedere più nulla.

Sai,
ci sono cose che tolgono il fiato; che fanno battere il cuore fino a far male. Rimbalzano tra le pareti sensibili del mio involucro scomposto, così veloce che temo sfondi lo strato sottile della mia essenza. E fa male questo bussare incessante. Non dà pace. È un ansito che scivola nelle corde del suono fino a scheggiarmi l'anima.

Sai,
ci sono cose che mi fanno perdere nella meraviglia di guardarti. Di aspettarti. Tra nastri di seta e guance arrossate. E ti tengo stretto tra le parole dette sottovoce. Una nenia di incanto per assopirti in un sonno d'amore. Il mio fiato che attraversa l'aria, penetra nella tua bocca; scivola nel tuo cuore per udire i tuoi suoni: percussioni di emozioni. Assaporo gli attimi; elaboro le tempistiche; esamino i dettagli; spoglio i difetti. È un cuore nuovo, adesso.

Sai,
ci sono cose che separano le attese. Voci di fondo, che non lasciano liberi i pensieri; che sfondano i vetri del vedo; che non danno spazio per la vicinanza di un abbraccio.

Sei,
l'attesa che muta in condanna. La costante dell'arrivo. Un ululato nella nebbia.

Desidero i tuoi baci, i tuoi respiri su di me, in quel sottile istante in cui la stanza brucia, fondendosi con i nostri corpi incandescenti.

Sai,
ci sono cose che non mi fanno dormire la notte. Occhi persi nel buio alla ricerca della fonte del tuo sospiro. Un solo sorso di te. Uno solo, affinché scivoli tra le righe dei tuoi versi e tu nei miei.

Geloso è il tempo, che ammira nel silenzio. È talmente geloso, che ci toglie tutto, persino l'apice del presente, svuotando le notti piene di noi.

Sai,
le persone più silenziose sono le più profonde. Come te.

Sei,
il silenzio di una giornata nuvolosa, dove all'improvviso esce il sole.

Sai,
siamo la profondità oltre la distanza. Due alberi rigogliosi, che sotto terra si abbracciano di radici. Inseparabili e nascosti. Solidi e millenari. Ma se mi trascini giù, andrai giù con me.

I nostri pensieri neanche si dovevano cercare. Le nostre parole neanche si dovevano pronunciare.

Parole lontane. Frasi vicine. È stato il nostro primo sguardo. Non quello di occhi e iridi brillanti, ma di sillabe scandite, che non si sono mai nascoste. Di mani, che si prendono nel buio, si intrecciano, riscaldano. E seppur sembri assurdo, una pronuncia e una parola sussurrata sono stati più preziosi di tanti sguardi nell'ombra.

Sai,
ci sono legami, che non si riescono a scalfire. Bruciano, respirano, soleggiano all'interno di caverne buie. Percorrerle, riporta a pensare come il tempo sia destinato a fermarsi. Sì, anche lui si ferma, prima o poi. Si immerge nel solitario silenzio. In quel silenzio, dove i passi non avanzano più. Temono di proseguire; di percorrere il fondo. Di sollevare i veli e inclinare le maschere. Come la tua. Quella che ponesti sul tuo volto per celarti al mondo, ma ... che con me, non stava più su.

Fai un passo. Fanne un altro. Le pareti si allargano e una mano nell'ombra si adagia sulla schiena, invitando a proseguire. Ad ascoltare. La mano è gentile. E se mente?

Se mi spinge a cadere nella trappola del non ritorno?

Andare avanti è facile. Tornare indietro è difficile.

La tristezza rende digiuni. La fragilità batte sulle ali del non rumore. Si ascolta il nulla e si rammenta l'amore. Pungente, come il vento gelido, che fa tremare la nostra pelle. Il freddo non fa capire le cose irrisolte. Non rende lucide le frasi che non si riescono a dire e allora ... non le diciamo. E le fauci del tempo si spalancano fra assenza e distanza. Le strappano a noi; le stritolano nel silenzio; se ne cibano ingordi, lasciando espandere la macchia nera del vuoto.

Sai,
da quelle fauci ho salvato una parola. Ho imparato a equilibrarla. Pronunciarla, però, traccia un confine spazio-tempo. Osservo il tuo, cosparso di briciole, ricavate solo dai ritagli di un momento.

Sei,
il martello, che batte sull'incudine di quella parola. La soffi col tuo inchiostro, incidendola in rilievo su una riga ...

...e sai?
Quella parola ha un buon sapore se è pronunciata da te. Proprio là, su quella riga, che ci offre un valzer tra i ricordi, componendo il sonetto della tua unica rima.

Dedicato a meDove le storie prendono vita. Scoprilo ora