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Non avevo idea di come sarebbero andate le cose. Circa un paio d'ore dopo quella sgradevole chiacchierata, mi ero ritrovato su una piccola imbarcazione, in salvo, cullato dal mare tranquillo: fu la nostra salvezza. Scampammo agli attacchi dei tedeschi, anche se in molti vennero catturati.

Eravamo al fianco dei francesi e dei belgi, ma l'operazione di resistenza non era stata un successo e stavamo perdendo.

Quelli avevano notevolmente molti ausili ed erano spietati. Glielo si leggeva negli occhi: mi scontrai faccia a faccia con uno di loro, metteva i brividi con quegli occhi ghiacciati e lo sguardo arrabbiato. Sparai un colpo e lo vidi a terra in pochi secondi. La svastica che portava spillata sulla divisa gli si tinse velocemente di rosso mentre io tremavo, incredulo per quello che avevo appena fatto. Avevo l'adrenalina che mi formicolava nel petto.

Lo avevo ucciso. Avevo ucciso un uomo. Una persona. Sentivo di essermi salvato, ma allo stesso tempo sentivo il sangue sulle mie mani.
"Sono un assassino" mi ripetevo.

Tuttavia i miei compagni avevano bisogno di me, ogni soldato serviva ad ostacolare il nemico, per questo decisi di non lasciarmi prendere dallo sconforto.

Passarono i giorni, si percepiva la tensione in entrambi gli eserciti e il sonno arretrato sotto gli occhi rendeva il tutto poco lucido. Eravamo tutti sfiniti, ma, purtroppo, noi eravamo quelli in netto svantaggio: restava la ritirata.
Così, sbaragliate le truppe tedesche, abbandonate armi ed equipaggiamento, per gruppi, venimmo evacuati presso il porto di Dunkerque, sotto il comando del generale Gort. Un'operazione pericolosissima, perché eravamo come con le spalle al muro e nessuno poteva aiutarci. Potevamo e dovevamo prendere la via del mare, mentre i tedeschi cercavano di catturarci e bombardarci, convinti di una nostra resa. La difficoltà maggiore stava nel recuperare più uomini possibili, e sapevamo che fosse statisticamente impossibile.

Era Maggio, quel giorno era uggioso e la nebbia confondeva l'orizzonte. Il porto sembrava sicuro ai nostri occhi e furono utilizzate quante più barche possibili, anche quelle dei pescatori del luogo. Le onde continuavano a respingerci e la fretta di salire a bordo, la paura di cadere in mano nemica e la voglia di rivedere casa, creò il caos, nonostante vi fossero tutti abili generali a dirigere quell'incredibile operazione.

Mi affrettai a raggiungere l'imbarcazione più vicina, ma qualcosa che era caduto in acqua e che cercava di risalire a galla, attirò la mia attenzione.

Mi buttai.

Mi buttai

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La "cosa" era qualcuno, qualcuno che conoscevo bene, troppo bene, e che era rimasto impigliato con un piede nella rete di un peschereccio abbandonato. Stava soffocando e lo liberai, stracciando quel groviglio di fili con il coltellino che possedevo, mentre trattenevo il respiro.

Lui aveva perso conoscenza e gli altri mi avevano aiutato a portarlo sopra la nostra nave con l'aiuto di corde e salvagente: non mi sembrava vero che fosse proprio Louis!

Quello sì che era un miracolo!

Partimmo con la pioggia, fitta come piccoli spilli, e il vento a sconvolgere il cielo. Ero ansimante poiché era stato difficile trascinarlo con la corrente che ci portava lontani.

Provai con la respirazione artificiale. Sembrava morto. Nessuno mi vide piangere perché le mie lacrime si confondevano con le goccioline che scendevano sulla mia faccia.
Aveva la barba bagnata e riccioluta, la frangetta attaccata alla fronte con qualche granello di sabbia incastrato, le mani raggrinzite dall'acqua, le labbra fin troppo idratate e leggermente violacee, ma era bello comunque. 
La sua pelle perlacea e sempre più pallida, poi, mi inducevano a dargli un pò del mio ossigeno per farlo respirare.

Ero veramente preoccupato, non poteva essere davvero morto. No, questo era impensabile per me. Continuavo a spingere con due mani sul suo petto, per trenta volte di seguito, e nel momento in cui lo baciavo, mi dimenticavo della presenza degli altri che mi guardavano.

Guardavano un deficiente che cercava di rianimare un morto.

Sentii la mano di qualcuno sulla mia spalla, come a dirmi di smettere, tanto era inutile.

Cominciai a piangere sul serio e mi allontanai dal suo corpo così fragile e inerme.
Singhiozzavo come un ragazzino a cui avevano tolto le caramelle. Sembrava un incubo, ma non mi importava più di quello che avrebbero pensato gli altri.


Poi, finalmente tossì, sputando l'acqua che aveva bevuto.

Io con gli occhi rossi e la sorpresa sul volto, dimenticai come si rimane in piedi e caddi sulle ginocchia, sconvolto.

Lui si riprese lentamente con qualche respiro profondo, e, ancora steso sul legno ormai umido e gli occhi fissi al cielo, si girò verso di me, sorridente:

"Ehi, sono un po' allergico all'acqua, come va?" aveva ripreso a vivere da pochi secondi e già aveva fatto ridere tutti.

Con molta calma (e sottolineo calma) risposi con uno "Zitto, coglione!" abbastanza sonoro, ma nonostante la sua stupida ironia, lo abbracciai, contento di vederlo finalmente bene, contento che fosse lì con me. Restammo abbracciati per non so quanto tempo, con la gioia negli occhi.

La nebbia sparì per dare spazio a uno spicchio di luna, le onde si ripetevano a intervalli di pochi istanti e il russare di qualche soldato riempiva le poche ore di sonno che avevamo a disposizione.

Non c'erano più i gruppi, le divisioni o tutta quella precisa gerarchia dell'esercito, e molti generali non erano a bordo, tra questi anche il nostro, forse morto o catturato.

Potevamo stare insieme ed eravamo sicuri che non ci avrebbero detto niente se ci avessero trovati nella stessa cabina, giusto?

"Harry?..."

"Si?..."

"Grazie"

Avevo capito di aver salvato un qualcosa di meraviglioso che mi apparteneva, qualcosa di cui ero più che orgoglioso, qualcosa che avrei protetto e amato fino alla fine. Gli diedi un bacio sulla fronte, sussurrandogli la buonanotte.

Chiusi gli occhi e mi sentii appagato, finalmente sentivo di poter ricambiare i sentimenti di qualcun altro e volevo a tutti i costi custodire quelle emozioni.

Chiusi gli occhi e mi sentii appagato, finalmente sentivo di poter ricambiare i sentimenti di qualcun altro e volevo a tutti i costi custodire quelle emozioni

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