06. Io sono una ragazzina

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J u s t i n

Lydia teneva stretto in mano un panino; risultava così ingenua e goffa. Capii dalla sua espressione meravigliata che ero l'ultima persona che si sarebbe immaginata di ritrovarsi davanti.
Mi resi conto che le risultava difficile aprire bocca, così decisi di agevolarle il tutto.

"Posso?" domandai sorridente. Non volevo affatto risultare insistente, ma se non avessi preso in mano le redini della situazione saremmo rimasti tutta la serata a fissarci senza concludere nulla.

La ragazza annuì debolmente e si scansò di lato, tenendo la mano libera sulla porta per poi richiuderla non appena misi piede in casa.
Semplice, ben arredata, per niente monotona anzi, piuttosto vivace, dalle migliaia di sfumature diverso di colori a differenza della mia del tutto moderna.
Un corridoio luminoso, pareti verdi e un mobile di legno alla mia destra con uno specchio ovale al di sopra.
Mi resi immediatamente conto di quanto amassero i girasoli visti i dettagli: un vaso con all'interno dei finti girasoli, un appendiabiti a forma di girasoli e quadri ritraenti i gialli fiori sulla parete sinistra che andavano a concludersi non appena la parete si apriva per dare spazio alla è porta in legno della cucina.
Ogni angolo sprizzava di felicità e tutto, a partire dal dolce ed intenso profumo, sapeva di Lydia.

"Scusami per il disordine, non aspettavo nessuno" ammise raccogliendo da terra lo zaino, poggiandolo per bene al di sotto del mobile in legno che faceva da appoggio ad un paio di cornici ritraenti Lydia con quella che presumevo fosse la madre.

"Non preoccuparti, anzi mi dispiace per essermi precipitato senza preavviso" la rincuorai.

Sapevo anche che molto probabilmente me ne sarei pentito ma sapevo altrettanto bene che desideravo più di qualsiasi altra cosa al mondo in quel momento stare con lei, per qualche strano motivo. Non avevo fatto altro quel pomeriggio che torturarmi, ripetendomi di essere stato uno stupido, un codardo e un bugiardo. L'avevo lasciata andare senza preoccuparmi di riprendermela e questo non me lo sarei mai perdonato.

Le avevo scritto con l'intenzione di scusarmi ma in cuor mio sapevo che c'era qualcosa di più; un qualcosa che mi offuscava la ragione, quel qualcosa che mi costringeva a ripetermi di star facendo la cosa giusta e che mi incitava a credere che Lydia non fosse una ragazzina, anche se lo era. Cercavo di convincermi del fatto che non fosse troppo piccola, che non fosse sbagliato pensare a lei. Perché per quanto mi rendessi effettivamente conto che starle accanto non avrebbe portato a nulla di buono un giorno, da tutt'altro canto non riuscivo a non pensare a come sarebbe andata a finire se solo non ci fossero stati tutti quegli anni di differenza.

"Accomodati" mi fece segno di entrare nella sala da pranzo.

A primo impatto la televisione accesa attirò la mia attenzione, successivamente mi concentrai su meravigliosi colori che sfoggiavano nella stanza ed anche in quell'occasione, sui minimi particolari di girasoli. I divani in pelle parevano comodi, il tavolino in legno sorreggeva al centro un vaso con all'interno girasoli finti mentre le tende arancioni che sfioravano il pavimento erano rigorosamente chiuse.

"Posso offrirti qualcosa? Una birra, un caffè?" domandò facendomi voltare nella sua direzione.

In quel momento, sotto la luce più intensa del lampadario in vetro sulle nostre teste, mi resi conto di quanto fosse effettivamente buffa: capelli spettinati tenuti saldamente legati in una coda si cavallo, una larga felpa e dei pantaloni contornati di stelle dorate. Per non parlare del panino che teneva in mano e la maionese che le era rimasta sull'angolo della bocca. Sorrisi d'istinto avvicinandomi alla sua figura, sperando di non spaventarla: non volevo pensasse che fossi un decerebrato pronto a saltarle addosso quanto prima possibile. Anche perché non lo avrei mai fatto, pur volendolo.

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