CAPITOLO 5 - Io ci sarò!

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Un peso sul braccio mi risvegliò dal sonno, ma appena aprii gli occhi mi resi conto che non ero a casa mia, nella mia stanza, ma in ospedale, e il peso era la testa di Giulia. Cercai di ricordare il motivo per il quale io fossi lì, ma gli unici momenti che ricordai erano: il telecomando lanciato a Fabio, la doccia fredda, l'ennesima discussione con l'uomo di ghiaccio. Dopo di ciò avevo un vuoto che incombeva, e questo mi fece paura. Cercai di svegliare con delicatezza Giulia, e lei subito saltò sul posto facendomi scoppiare a ridere e mi mostrò il suo sorriso a 32 denti, da far invidia a quello della pubblicità della Mentadent. Mi abbracciò e mi disse "andrà tutto bene", ma cosa? Poi arrivai al punto: "Giù cos'è successo? Non ricordo nulla ed è più di un ora che mi sto sforzando di ricordare!" Lentamente e con tutti i dettagli, lei mi raccontò tutto. Mi disse che io avevo bisogno di aiuto, a quel punto dopo tutto ciò che avevano fatto per me il minimo è che io mi facessi aiutare, anche perché era già la terza volta, ma questo lo tenetti per me: una volta mi capitò in classe, prima delle lezioni, ma riuscii a calmarmi andando in bagno. Entrò un dottore che aveva su per giù 35 anni, era molto non medico, cioè era perfetto! A partire dal suo sorriso, a finire agli occhi blu più belli che io abbia mai visto, per non dimenticarsi poi della tartaruga, ovviamente intravista a causa della camicia un po' troppo aderente, e poi che altro devo dirvi? Insomma il medico che tutti vorrebbero trovarsi dopo una notte in ospedale. Ma comunque lui stava parlando, cioè stava cercando di distrarmi dai suoi muscoli, con alcuni termini che mi fecero venire la nausea solo a sentirli. Mi resi conto che ero in un altro mondo, quando a destarmi dai miei pensieri, intervenne la voce stridula di Giulia, e non quella soave del dottore-bello. Ma, comunque, lui ricominciò daccapo dicendomi che potevo tornare a casa e che ero svenuta perché la doccia fredda aveva contribuito molto. Mi consigliò inoltre un'ottima psicologa che mi avrebbe aiutato a liberarmi dagli attacchi di panico, ma soprattutto dalle mie tantissime paure, così disse il bello, ma nonostante le sue parole mi assentai per una frazione di secondo pensando che non ce l'avrei mai fatta, e soprattutto che forse avevo sbagliato ad andare via e lasciare tutto ciò a cui tenevo. Quella stessa mattina il bel dottore decise di dimettermi, e Giulia aveva prenotato l'appuntamento con la psicologa per l'indomani, e nonostante io cercavo di dirle che non ne avevo bisogno, che stavo bene e che lei doveva preoccuparsi meno di me, sapevo che quella era l'unica soluzione possibile. Trovai la casa tutta profumata, subito pensai a Mattia che sicuramente durante la notte era tornato a casa, e come capitava quando era nervoso, magari per una discussione con Giulia, o per il lavoro, si era messo a pulire. Quella mattina capii che avevo destabilizzato con il mio arrivo non solo Giulia, ma anche Mattia, quella era la dimostrazione che ci teneva a me, e soprattutto era preoccupato per come la sua fidanzata potesse magari trascurarlo. Passai tutto il giorno a letto, chiesi a Giulia di evitare di raccontarlo ai miei e ai suoi, per non farli preoccupare inutilmente, lei a malincuore accettò. Quando il pomeriggio Mattia entrò dalla porta Giulia corse ad abbracciarlo, era stata tutto il pomeriggio a cucinare, e decisi che quella sarebbe stata la loro sera. Mentre erano in stanza che discutevano sicuramente sulle mie condizioni, apparecchiai il tavolo per due con tanto di candele e fiori che Mattia mi fece arrivare al mio ritorno a casa, e quando uscirono dalla stanza trovarono ciò e prima che Giulia potesse dirmi la precedetti: "Stasera è la vostra sera! Io ho già portato la mia cena in camera, volevo organizzare qualcosa per ringraziarvi, voi ci siete sempre per me e l'unica cosa che mi è venuta in mente che potevo fare da qui è stato questo." Giulia commossa mi abbracciò "Io ci sarò, sempre!" - "Sei il mio regalo più grande" -  lei capì, e mi sorrise. Dopo il bacio fraterno di Mattia andai in camera e per tutta la sera li sentii ridere e scherzare, poi arrivò il silenzio e mi misi le cuffie per evitare di sentire qualche rumore indiscreto, mai pensando che col tempo quella notte avrebbe cambiato per sempre la nostra vita.


FABIO

La mattina fu un incubo alzarmi per andare al lavoro, passai la notte in bianco, non riuscii a spiegarmi del perché io fossi diventato così. Mia sorella, Cristel, la "piccolina" di casa (ha 20 anni) appena rientrato come ogni sera mi girò intorno per controllare se io avessi bevuto, ma quando vide i miei occhi rossi, cominciò a sospettare su altro, evitò di gridare per non farsi sentire da nostro padre, ma cominciò a singhiozzare, ma per calmarla le dissi tutto. Le parlai di Manuela, di Mattia e Giulia, e le dissi che per la prima volta da quando lei non c'era più, avevo pianto. Lei dallo stupito passò alla gioia, ma poi passò alla tristezza e il suo forte pianto mi fece venire un groppo in gola e per quella notte mi scese l'ennesima lacrima, anzi due, anzi centinaia, mi liberai, ma mi ripromisi che da quella notte dovevo tornare ad essere forte, mio padre e mia sorella avevano bisogno di me. Lei quando perdemmo nostra madre aveva solamente 11 anni, era nel periodo più difficile, ma non le permisi mai né di cucinare, né di lavare almeno fino ai 16 anni. Ricordo ancora quando la mattina dopo mi svegliai, dopo solo 2 ore che ero riuscito a chiudere occhio, a causa delle due tazze cadute, la mia e la sua tutte rotte, e lei con il sangue alla mano che piangeva, mi chiese scusa, ma scusa di cosa? Mi disse: "Mi manca, dimmi che torna, dimmi che mi vedrà andare a scuola, è il mio primo anno alle medie, promettimi che lei ci sarà quando mi innamorerò." - Io la strinsi forte e la rimisi a letto - "Io ci sarò, prometto!" Da quel giorno ogni mattina mi alzavo, anzi, alcune volte non andavo per nulla a dormire per prepararle la colazione allo stesso orario di mia mamma. L'accompagnai con mio padre il suo primo giorno di scuola media, la vidi piangere per un compito andato male, la vidi prepararsi per un'interrogazione e puntualmente veniva da me per ripetere, la vidi la prima volta fragile per un ragazzino che non ricambiava i suoi sentimenti, la vidi infastidita per quello che non le piaceva perché era troppo noioso a sua detta, la sentii dirmi che io alcune cose non potevo capirle, alcune volte mi urlò contro che non ero la mamma, ma dopo neanche 10 minuti veniva a dirmi che ero con papà la persona più importante, ed anche se ero maschio, io ero la sua mamma.

Da 4 anni a questa parte i ruoli, però, si erano invertiti, ovviamente non tutti. Cristel era sempre Cristel, un maschiaccio perenne, preferiva le tute ai vestitini, i capelli legati piuttosto che andare dal parrucchiere due volte la settimana, uscire con gli occhiali da vista che a detta sua le coprivano le occhiaie invece di mettere il fondotinta o il correttore, preferiva la Juventus a un film romantico, stare con papà a giocare a carte anziché uscire con le sue compagne. Ma circa 4 anni fa lei si accorse che io la notte non tornavo presto e cominciò a controllarmi, le discussioni degeneravano, ma, la mattina, io puntualmente mi alzavo alle 6:00 per pulire casa, per farle la colazione e prepararle il pranzo, dato che io non potevo tornare e lei pranzava con mio padre.

4 anni fa prese il sopravvento su di me, mi impose che la sera doveva cucinare lei, e che almeno se poteva aggiustare lei la camera di mio padre e il soggiorno e il resto toccava a me. Ma la cosa cambiata era lei: non mi chiedeva più aiuto se sbagliava l'espressione, oppure non mi parlava più del ragazzino che le piaceva, non mi diceva di stare male per il suo periodo mensile come accadeva ai 13 anni, mi resi conto che era diventata una donna, ed era l'unica donna che sapeva farmi ragionare, lei era la mia salvezza.

Perso in tutti questi pensieri passò già mezza giornata, e dopo averla chiamata e averle chiesto come stava, se era pronta per andare ai corsi pomeridiani, mi quasi chiuse il telefono in faccia perché secondo lei ero troppo apprensivo. Continuai a fare conti su conti, (ah già lavoro per uno studio in cui curo la contabilità) finché alla mia porta venne a bussare Tommaso, disperato per le sue pene amorose, che come sempre non andavano mai a buon fine. Mattia in quel momento fu la mia salvezza, mi chiamò, e Tommaso sempre disperato lasciò lo studio. Mattia iniziò a scusarsi per il comportamento di Giulia, ma io non ero affatto turbato per quello, perché sapevo che Giulia doveva metabolizzare tutto quello che, anche se non a lei in prima persona, la stava travolgendo, poi senza che io chiesi mi disse: "Tanto tu eviterai di chiedere ma mi va di dirti come sta Manuela, domani alle 9 ha un appuntamento con lo psicologo, e stamattina torna a casa con Giulia." In quel momento mi sentii sollevato, perché voleva dire che se aveva accettato di andare dallo psicologo significava che stava chiedendo a suo modo aiuto, e sapevo anche per chi lo stava facendo. Dopo poco chiusi la chiamata, e nonostante la stanchezza continuai a lavorare. La sera non tornai a casa ed andai direttamente in un locale in centro dove mi trovai con Gianluca e Tommaso, ma quella sera nonostante i nostri buoni propositi nulla andò a buon fine, forse stavamo invecchiando, oppure dovevamo finirla di "andare a caccia". Che poi "andare a caccia" non aveva per noi l'accezione negativa che tutti capivano, per noi era un sedersi a un tavolo guardare di qua e di là e concludere la serata separatamente, se nessuna veniva ce ne tornavamo a casa soli.

Quella sera però Tommaso non sembrava voler tornare a casa,perché il fratello lo scherzava quando tornava presto e che doveva trovarsi una ragazza seria. Quindi per amore suo fummo costretti a rimanere in macchina fino alle 4 di mattina, a parlare di tutto e tutti, poi Tommaso capì che non riuscivo più a tenere gli occhi aperti e decise di finirla lì e lui e Gianluca scesero dalla macchina.

Non riuscii quasi neanche a tenere gli occhi aperti, ma vidi bene quella macchina che doveva stare ferma perché c'era il rosso, e poi una botta, un dolore atroce alla gamba, e il viso di una persona: Cristel. Da lì, buio.


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