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Il medico ha l'aria di un uomo che non vuole essere lì.
Non alza troppo la voce, non fa domande inutili: entra nella stanza con una cartella sottobraccio, occhiali rotondi, mani che tremano leggermente mentre richiude la porta.

E io... io non respiro.

Mi siedo sul bordo del letto, la camicia da notte che mi cade morbida sulle gambe.
Lui si aggiusta gli occhiali, mi guarda un secondo — e distoglie lo sguardo subito, come se temesse di mancare di rispetto a qualcuno che non sono io.

«Signorina... Elisabeth?»
Annuisco.
La sua voce è un filo.

«Mi è stato chiesto di eseguire un controllo.»
Si schiarisce la gola.
«Un controllo... particolare.»

Non devo essere un genio per capire di cosa parla.

Annuisco di nuovo, più piano.
Mi tremano le mani.

Il medico apre la borsa.
Non c'è tecnologia, niente strumenti moderni: solo ampolle, polveri, strumenti di metallo che non riconosco e che sembrano usciti da un museo.
Mi fa paura.

«Dovrò... ehm... appoggiare la mano qui, signorina.»
Indica il mio ventre.

«Va bene,» sussurro.
Non va affatto bene.

Mi sdraio.
Lui si avvicina con una cautela quasi patologica, come se avesse paura di farmi male o — più probabilmente — paura di far arrabbiare qualcuno altro.

Appoggia una mano sul mio basso ventre.
È un tocco leggero, tremante, ma non dà fastidio.
Chiude gli occhi.
Mormora qualcosa che non capisco — latino? no... qualcosa di diverso.
Una lingua che non ho mai sentito.

Aspetto.
Ogni secondo è un coltello puntato alla gola.

Lui apre gli occhi.

Mi guarda.

E vedo il verdetto nei suoi.

Fa due passi indietro.
Si toglie gli occhiali.
Li pulisce con un fazzoletto per non dover parlare troppo in fretta.

«Signorina...»
Si schiarisce ancora la voce.
«Non c'è... nessun bambino.»

Il cuore mi si ferma.

Il medico prosegue, piano, quasi scusandosi:
«Non ci sono segni di gravidanza attuale. Né passata.»
Esita.
«Lei è... completamente sana. Ma sicuramente non—»

«Smetta.»
La mia voce è un sussurro rotto.
Mi porto una mano alla bocca.
Sento il sangue sparire dal viso.

«Mi ucciderà,» dico.
Non è un pensiero.
È una condanna.

Il medico sbianca.
«Non dica sciocchezze... il Signore... lui—»

«Lui crede che io lo abbia ingannato.»
Le parole mi escono come vetro.
«Le persone che lo ingannano... non rimangono vive.»

Il medico cerca di mantenere la calma.
Ma non gli riesce.

Scuote leggermente la testa.
«Io... io riferirò quello che ho riscontrato. Ma... le consiglio di...»

Si blocca.
Non sa che consiglio darmi.
Perché non esiste un consiglio che salvi la vita di qualcuno condannato da Riddle.

Devo fare qualcosa.
Qualcosa subito.

Il medico chiude in fretta la sua borsa, ansioso di andarsene da qui.
Si volta verso la porta, ma esita un attimo.

«Ascolti...»
Mi guarda, serio.
«Qualunque cosa accada ora, resti calma. E non contraddica mai il Signore. Mai.»

Riddle's: A Strange LoveLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora