Quando finalmente mi calmo, mi alzo dal letto con la sensazione di avere gli occhi ancora gonfi.
Lui non dice nulla, mi osserva soltanto mentre mi infilo una felpa larga e i miei jeans, quelli che avevo il giorno della gita.
Sono ancora puliti: qualcuno li ha lavati durante la notte.
Ovviamente non io.
Scendiamo insieme.
Io scendo.
Lui... scivola giù per le scale come se non tocchi davvero il pavimento.
La sala da pranzo è enorme, ma sembra ancora più vuota di quanto ricordassi.
Un tavolo lungo, coperto da un servizio di porcellana perfetto, e una sola tazza fumante al mio posto.
Mi siedo lentamente.
Una delle donne — penso sia una serva, o una seguace, o quello che sono — mi versa del tè caldo.
C'è pane, burro, marmellata, frutta, uova strapazzate. Come se fossi in un hotel... se non fosse che non posso andarmene.
Mi accorgo che Riddle non si siede.
Rimane in piedi, dietro di me, con le braccia incrociate dietro la schiena, come se mi stesse... sorvegliando.
O studiando.
Lo guardo di sbieco.
«Non... mangi?» chiedo, la voce ancora un po' roca dal pianto.
Lui solleva appena il mento, neutro.
«Non ne ho bisogno.»
Mi fermo col cucchiaio a mezz'aria.
«Cosa vuol dire?»
Se avesse detto "non ho fame", avrei capito. Se avesse detto "ho già mangiato", anche.
Ma non ne ho bisogno?
«Vuol dire quello che ho detto.»
La sua voce è calma, precisa, come se non gli passasse nemmeno per la testa che la frase sia inquietante.
«Le persone hanno bisogno di mangiare,» ribatto piano, quasi più a me stessa che a lui.
«È una cosa normale.»
«Io non sono una persona, Elisabeth.»
Mi si ghiaccia il sangue.
Lui non sembra arrabbiato, né sarcastico.
Lo dice come un fatto scientifico.
Come dire "oggi piove".
Abbasso lo sguardo sul mio piatto, improvvisamente senza appetito.
«Cosa sei allora?» sussurro, sapendo già che non mi risponderà.
E infatti non risponde.
Mi si avvicina, lento, e mi sfiora la spalla con due dita, come per guidarmi a mangiare comunque.
«Finisci la colazione. Devi tenerti in forze.»
Per cosa?
Non lo so.
Non lo voglio sapere.
Mi volto appena, abbastanza da guardarlo senza girarmi del tutto.
«Riddle...» mormoro, stringendo il cucchiaio tra le dita.
«Potresti... sederti?»
Lui solleva lentamente un sopracciglio, come se la richiesta fosse strana.
Forse lo è.
Ma vederlo lì, in piedi, immobile, con quello sguardo che mi trapassa... mi fa sentire sotto esame.
O peggio: preda.
«Perché?» chiede con calma.
«Perché...» deglutisco. «Perché sei inquietante così.»
Un silenzio strano.
Non carico, non teso.
Solo... vuoto.
Come se stesse valutando la mia frase da ogni angolazione.
Poi — sorprendentemente — annuisce.
E tira fuori la sedia accanto alla mia, sedendosi.
Non elegantemente.
Non con la posa teatrale di prima.
Semplicemente... si siede.
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Riddle's: A Strange Love
FanfictionRiddle's: a strange love (1) Rapita da Tom Riddle, Elisabeth è intrappolata tra paura e desiderio, in un mondo di magia oscura e segreti pericolosi. Amore, passione e inganni si intrecciano mentre lotta per proteggere chi ama e sopravvivere.
