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Passano alcuni giorni in un silenzio innaturale.
Io mi muovo come un fantasma per il castello: lezioni, pasti saltati, sguardi sfuggiti.
Riddle è distante, glaciale, quasi sempre chiuso nei suoi studi.
Regulus non si fa vedere.

Una sera, mentre sto tornando in camera, sento un urlo.
Un urlo vero, lacerante, non di rabbia ma di dolore.

Mi irrigidisco.
Il corridoio è vuoto, ma la porta della sala verde è socchiusa.

Mi avvicino piano.
Mi tremano le mani.
Spingo la porta di pochi centimetri.

E vedo Bellatrix accasciata a terra, in ginocchio, i capelli in disordine, la bacchetta scivolata accanto alla veste.
Sta piangendo — piangendo davvero, come un animale ferito.
Le spalle sobbalzano, le mani si stringono al petto, le unghie graffiano il pavimento.
Un pianto che sembra strapparle via il respiro.

Narcissa è accanto a lei, inginocchiata, che le tiene le spalle e cerca di contenerla.
Le sussurra parole veloci, gentili, preoccupate.

«Bella... Bella, respira... calmati, per favore... devi respirare...»

Bellatrix urla ancora, una nota spezzata, disperata.

Io resto sulla soglia, incapace di allontanarmi.

Narcissa alza lo sguardo verso di me.
Il suo viso è pallido, teso, ma non ostile.
Sembra... stanca.

Poi Bellatrix parla.
O meglio: singhiozza.

«È... è... suo.»
La voce le si spezza, un altro singhiozzo la stronca. «Sono incinta. Io... io...»

Narcissa la stringe più forte. «Lo so. Lo so, sorella. Lo so.»

Il mio stomaco si chiude.
Le gambe mi cedono appena.

Bellatrix è incinta.
E non serve che qualcuno lo dica: so esattamente di chi.

La stanza gira.
Mi manca l'aria.

Narcissa, accorgendosi del mio volto, mormora piano:

«Elisabeth... vai a riposarti. Qui non sei al sicuro.»

È la prima volta che qualcuno lo ammette ad alta voce.

Io faccio un passo indietro.
Poi un altro.
Poi scappo lungo il corridoio, con il cuore che batte troppo forte.

E nella testa una sola frase che mi martella senza tregua:

Riddle ha messo incinta Bellatrix.

Corro.
Non vedo nemmeno dove metto i piedi, mi tengo alle pareti per non cadere, il fiato mi si spezza in gola.
La porta della mia camera è a pochi metri quando un'ombra mi taglia la strada.

Riddle.

È comparso davanti a me senza rumore, senza preavviso, come se sapesse esattamente dove stavo andando.

«Elisabeth.»
La sua voce è bassa, controllata.
Troppo controllata.

Io mi fermo di colpo, come se avessi sbattuto contro un muro invisibile.
Il cuore mi martella.
Il sangue mi fischia nelle orecchie.

E poi qualcosa dentro di me si rompe.

«LASCIA—MI—PASSARE!» urlo, spingendolo, colpendogli il petto con entrambe le mani, senza neanche guardarlo. «Fammi andare via! Fammi andare via da te!»

Riddle non indietreggia di un millimetro.

«Cos'è successo?» chiede, e il suo tono diventa un'arma, affilato e gelido.

«NON TOCCARMI!» grido ancora, anche se lui non ha ancora alzato un dito.
Cerco di aggirarlo ma lui mi prende il braccio.
Una presa ferma, non violenta, ma impossibile da spezzare.

Riddle's: A Strange LoveLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora