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Resto lì per ore.
Non so quante.
Il tempo diventa una cosa liquida, indistinta, come se le lancette avessero deciso di fermarsi solo per lasciarmi sprofondare.

Non mangio.
Non mi muovo quasi.
Mi limito a stringere le ginocchia al petto, a fissare il punto in cui lui è uscito, aspettando un rumore, un passo, un'ombra.
Niente.

Il silenzio mi divora.

Quando finalmente sento bussare, sobbalzo. Il cuore mi martella nel petto, sperando scioccamente che sia lui.
Ma la voce che arriva da dietro la porta è più gentile, più trattenuta.

«Elisabeth? Sono io.»

Regulus.

Mi asciugo gli occhi con il dorso della mano, anche se so perfettamente che sembro un disastro.

La porta si apre lentamente, come se temesse di spaventarmi. Entra con un vassoio in mano: pane caldo, una zuppa leggera, acqua.
Viene trafitto da una piccola ruga di preoccupazione, appena mi vede.

«Non hai mangiato tutto il giorno...» mormora.

Mi stringo nelle spalle. «Non avevo fame.»

Lui sospira, poggia il vassoio sul tavolino e poi si siede sul bordo del letto, lasciando una distanza di sicurezza gentile, rispettosa.
È il primo gesto umano che qualcuno mi offre da quando sono qui.

«Posso restare un po'? Se vuoi.»
La sua voce è bassa, attenta. Sembra davvero chiedermelo, non impormelo.

Abbasso lo sguardo sul lenzuolo. «Per favore... sì.»

Regulus annuisce appena, come se la mia risposta fosse fragile e preziosa.
Mi porge la ciotola, e anche se le mani mi tremano, cerco di mangiare qualche cucchiaiata. È caldo. È semplice. È normale.
E sento gli occhi riempirsi di nuovo.

Lui se ne accorge.
E, a differenza di qualcun altro, non si irrita.
Non si allontana.

«Ehi...» sussurra piano, «non devi spiegarmi nulla. Ma non devi stare sola.»

Quelle parole — così piccole, così umane — fanno più effetto di qualsiasi incantesimo.

Mi asciugo una lacrima con il dorso della mano. «Non capisco niente, Regulus... niente di quello che succede qui.»

«Lo so.»
Si appoggia allo schienale, rilassando le spalle. «E non ti mentirò: non sono in grado di proteggerti da tutto. Ma posso... esserci. Almeno questo.»

Rimaniamo così.
Io che provo a mangiare.
Lui che parla piano, raccontandomi qualche aneddoto morbido e innocuo, cose senza importanza — di quando Sirius rubava le scope, di come Narcissa lo costringeva a pettinarsi in un certo modo, di un incantesimo di pulizia fallito che aveva fatto esplodere mezza cucina.

Piccole scene normali, in un mondo dove niente è normale.

Quando la mia mano smette di tremare, lui sorride appena. «Meglio.»

Annuisco. «Grazie per essere venuto.»

«Figurati.»
Poi abbassa lo sguardo verso il pavimento, riflettendo.
«E... se lui dovesse tornare, ti prometto che resterò qui finché non ti sentirai pronta.»

L'espressione che gli rivolgo è quasi incredula.
E lui, appena arrossendo, si limita a aggiungere:

«Qualcuno, in questa casa, dovrebbe almeno ricordarsi di essere umano.»

Regulus resta seduto accanto a me, rigido all'inizio, poi sempre più rilassato man mano che il silenzio fra noi smette di essere pesante e diventa... quasi confortevole.
Io non so dire quando succede, né perché.
So solo che il suo profumo leggero — pulito, appena speziato — mi calma più della zuppa calda che ho appena finito.

Riddle's: A Strange LoveLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora