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Appena il cielo fuori diventa viola e poi nero, sento la porta aprirsi.
Riddle entra con la solita andatura lenta, misurata, come se la stanza fosse sua e io... un dettaglio.

Io sono seduta sul letto, le ginocchia al petto.
Non ho più pianto, ma ho gli occhi che bruciano.

«Finalmente,» mormora lui, togliendosi il mantello.

E appena apre bocca, mi rendo conto che non gliel'ho mai detto, ma...

«Ho fame,» sbotto, più brusca di quanto volessi.

Lui si ferma a metà gesto.
Mi guarda.
Lungo.
Troppo lungo.

«Hai... fame.»
Lo ripete come se fosse una cosa stranissima.

«Sì, Riddle. Le persone normali mangiano quando non lo fanno da ore.»

Per un attimo penso di averlo irritato.
Poi inclina la testa, come se stesse valutando l'idea.

«Allora scendi,» dice infine.
«Ceniamo.»

«Solo noi due?» chiedo, non sapendo se sperarlo o temerlo.

«Ovviamente,» risponde.
«Non tollero mangiare in mezzo alla gente.»

Mi alzo lentamente, le gambe un po' molli.
Lui mi osserva da capo a piedi, come se stesse controllando che sia in grado di camminare.

Scendiamo le scale in silenzio.
Le mie dita sfiorano il corrimano gelido; le sue mani restano dietro la schiena, impeccabili, immobili.

La sala da pranzo è immensa, illuminata da decine di candele.
Due posti apparecchiati.
Uno di fronte all'altro.

Mi siedo.
Lui si siede subito dopo.

Il suo piatto è vuoto.
Di nuovo.

«Tu... non mangi?» chiedo, con più curiosità che coraggio.

«Non è necessario,» taglia corto.

Non spiega.
Non serve che spieghi.
Certe cose — ormai l'ho imparato — sono muri contro cui è inutile sbattere.

Mi porto un boccone alla bocca, tremante.
Sento i suoi occhi su di me.
Sempre.

Non in modo affettuoso.
Non in modo predatorio.

Qualcosa nel mezzo.
Qualcosa di incomprensibile.

«Dopo cena,» dice, rompendo il silenzio, «vorrei parlarti di alcune regole.»

Il cucchiaio mi cade nel piatto.

«Regole?» ripeto.

«Regole per vivere qui.»

Mi si gela il sangue.
Perché lo dice come se fosse ovvio.

Come se non ci fosse altra possibilità.

Come se restare fosse... una decisione già presa.

Da lui.

Appena finisco di mangiare — l'ultimo boccone va giù come un sasso — lui si alza senza dire altro.

«Seguimi.»

Non è un invito.
È un ordine.

Attraversiamo un corridoio immerso nell'ombra.
Le candele tremano al nostro passaggio, come se avessero paura anche loro.
Arriviamo davanti a una porta pesante, di legno scuro.
Riddle la apre senza sfiorarla.

Lo studio.

Un'enorme scrivania.
Libri ovunque.
Un camino spento che sembra in attesa di giudicare.

Riddle's: A Strange LoveLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora