18

847 13 0
                                        

I giorni seguenti scorrono lenti, identici, quasi asfissianti.

Lezioni in biblioteca.
Silenzio.
Sguardi.
Tensione che si tende come una corda pronta a spezzarsi.

Il tutor entra, insegna, trema, viene portato via.
Poi resta solo Riddle.
E io.

Ogni volta che mi sfiora per correggere una postura, prendere un libro alle mie spalle o farmi alzare lo sguardo... il mio stomaco si chiude.
La pelle si tende.
E lui lo sa.
Lo sento.
Lo vedo nei suoi occhi: una reazione che lo irrita... e lo affascina.

Non so quale delle due cose sia più spaventosa.

La notte dormo poco.
O meglio: cerco di dormire sperando che lui non compaia nella stanza.
La mattina, il cibo resta intatto nel piatto.
Il pranzo anche.
La cena... neanche la sfioro.

All'inizio nessuno dice nulla.

Poi, una mattina durante colazione, sento i suoi occhi su di me.

Io muovo il cucchiaino nel tè.
Solo quello.

Lui è immobile.
Non mangia, non beve, non parla.

E alla fine rompe il silenzio.

«Da quanti giorni... non tocchi cibo?»
La sua voce è lenta, bassa, pericolosa nella sua calma.

Io stringo la tazza con entrambe le mani, come se potesse proteggermi da lui.
«Non ho... fame.»

Le sue dita tamburellano sul tavolo.
Lo fa solo quando sta per perdere la pazienza.

«Non è una risposta.»

«Non riesco.»
Mi scappa.
Sincero.
Stanco.
Il cuore mi batte troppo forte.

Lui si alza.

La sedia scricchiola appena, ma quel suono è sufficiente a far vibrare la mia schiena.

Cammina lento verso di me.
Non un passo di troppo.
Non uno troppo veloce.
Il ritmo di chi sa che nessuno scappa.
Mai.

Si ferma alle mie spalle.
Sfiora il mio collo con un dito.
Un brivido corre su per la colonna vertebrale.

«Non stai mangiando perché stai male...» mormora. «...o perché hai paura di me?»

Non so rispondere.
O meglio, lo saprei, ma ho il terrore di dirlo.

Rimango muta.

Lui si china all'altezza del mio orecchio.
Il suo respiro mi sfiora la pelle.

«Elisabeth.»
Il mio nome, sulle sue labbra, sembra una minaccia e una promessa insieme.
«Ti ho chiesto una cosa.»

Le mie mani tremano così tanto che la tazza sbatte sul piattino.

«Io...»
La voce mi esce rotta. «Io... ho paura. Sempre.»

Silenzio.

Un silenzio pesante.
Denso.
Che sembra piegare l'aria.

Lui non risponde.
Non mi tocca più.
Non si muove.

Poi, con voce sorprendentemente bassa:

«Allora dovrò occuparmene io.»

Mi irrigidisco.

Riddle prende una decisione senza chiedere il mio consenso — come sempre.

Apre un cassetto, tira fuori un tovagliolo scuro, lo appoggia accanto al mio piatto e spinge leggermente la sedia con un gesto della mano, avvicinandola alla sua.

«Se non mangi da sola... mangerai con me.»

Il tono è calmo, ma quella calma è una lama affilata.

Prende il cucchiaio.
Lo riempie.
Me lo porta alle labbra.

Riddle's: A Strange LoveLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora