Ma pauvre muse, hélas! qu'as-tu donc ce matin?
Tes yeux creux sont peuplés de visions nocturnes,
Et je vois tour à tour réfléchis sur ton teint
La folie et l'horreur, froides et taciturnes.
Le succube verdâtre et le rose lutin
T'ont-ils versé la peur et l'amour de leurs urnes?
Le cauchemar, d'un poing despotique et mutin
T'a-t-il noyée au fond d'un fabuleux Minturnes?
Je voudrais qu'exhalant l'odeur de la santé
Ton sein de pensers forts fût toujours fréquenté,
Et que ton sang chrétien coulât à flots rythmiques,
Comme les sons nombreux des syllabes antiques,
Où règnent tour à tour le père des chansons,
Phoebus, et le grand Pan, le seigneur des moissons.
— Charles Baudelaire
Sabato mattina. Una t-shirt nera in fondo alla camera, dei pantaloni ai piedi del materasso, una mano sul petto nudo. Alessandro aprí gli occhi, mentre l'alcol del venerdì sera si prendeva gioco delle sue palpebre dolenti, i movimenti erano rallentati e la testa vorticava, sembrava quasi di essere su un treno colmo di gente, luci, rumori di fondo si rincorrevano nel caos della sua mente. Voltò la testa e vide dei capelli corvini sparsi sul cuscino, ricordava poco e niente di come avesse conosciuto quell'angelo della morte, ma le scene della notte passata erano vivide. La donna accanto a lui era bella, bella come il sole, tanto da costringerlo ad allontanarsi dalla camera, pur di non bruciarsi. Alessandro teneva a poche cose nella vita: la sua musica, il suo pianoforte e la sua casa, nessuno aveva il permesso di entrare nel luogo in cui avveniva il suo processo creativo, certo, adorava stare in mezzo alla gente, ma la sua casa era la sua anima, ed un'anima inquinata dalla superficialità altrui avrebbe potuto nuocere alla purezza della sua musica. Quella casa era stata l'unico regalo di suo padre, più che un regalo era stato un indiretto biglietto di ritorno a Milano, dopo che si era sentito invaso dalla presenza di suo figlio nella città londinese. Alessandro aveva sofferto per quella reazione, era corso a Londra a diciassette anni per tentare di recuperare il rapporto con un padre che non riconosceva più, ne era uscito sconfitto, con un paio di valige sull'uscio della porta ed un contratto affittuario pagato per cinque anni nella sua città natale. Ci era voluto poco tempo per trarre il buono da quell'azione che di bontà ne aveva ben poca, ma si trattava di Alessandro, lui il buono lo trovava ovunque, un mese dopo aveva richiamato suo padre, chiedendo come riscatto per quell'amore mai ricevuto un pianoforte, esigeva quello strumento mastodontico al centro del salotto. Quante notti in bianco aveva passato cercando la giusta melodia e quante mattine si era svegliato con la guancia premuta contro i tasti bianchi e neri, non aveva mai suonato per nessuno, neanche per se stesso, lui lo faceva per la musica, l'unica donna che meritava la sua follia artistica senza precedenti. Tuttavia, quel venerdì sera si era acceso un piccolo fiammifero e sarebbe bastata una ventata d'aria per spegnerlo oppure scatenare il più grande incendio mai visto prima, per la prima volta aveva avuto l'impulso di far entrare una donna in quella dimensione sconosciuta al mondo, ed ora dormiva nel suo letto, si sfregava contro le sue lenzuola nere ed assorbiva il suo profumo. Una parte di lui si sentiva invasa da quella presenza, ma non poteva incolparsi per essersi concesso per una volta un assaggio di quella frivolezza. Il giorno dopo avrebbe sicuramente archiviato l'accaduto come una particolare avventura da non ripetersi, ma quel sabato mattina voleva finire quella bottiglia che aveva stappato ma lasciato a metà. Tornò in camera e la trovò di spalle, riuscì a vederle il seno nudo dallo specchio, lei lo guardò dal vetro, gli occhi vacui, le labbra semiaperte.
Mia povera musa, chi sei?
«Non so neppure il tuo nome» Si rivolse a lei ammaliato, era così nostalgica nel suo magnetismo che non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. «Non me l'hai chiesto» Recuperò la sua t-shirt nera dal pavimento, privandolo di quella visione maledettamente apprezzabile. «Lo sto facendo adesso» disse avvicinandosi a lei. Lei indicò la piccola luna che lui aveva tatuato dietro l'orecchio «mi chiamo propri Luna». Fu inevitabile per lui toccarsi quel piccolo tatuaggio che sembrava scottare. «Luna» ripetè il suo nome realizzando quanto delle volte il destino si prendesse gioco della sua realtà. «Già, proprio così» gli si avvicinò tentatrice, sfiorando l'inchiostro. «Io lo ricordo il tuo nome sai?» sussurrò sfiorandogli l'orecchio con le labbra. «Alessandro» ripeté, in realtà le si era presentato come Alex, solo Alex eppure per lei, utilizzare quel nome avrebbe significato entrare a piedi scalzi in un terreno in cui le era vietato l'accesso, bruciare tappe che avrebbe preferito degustare in silenzio. «Alex, solo Alex.» Ripetè una frase che Luna aveva già sentito la sera precedente. Lei non rispose e lui colse nel suo sguardo un invito sfiorarla un'altra volta, sfregò il naso contro il suo candido collo, assorbendo il profumo dei suoi capelli. Poi si allontanò di nuovo studiando ogni dettaglio del suo corpo, le gambe affusolate, gli slip neri che la stoffa della t-shirt aveva lasciato scoperti, la pelle d'oca che la ricopriva. Lei interruppe la sua ispezione sentendosi invasa da quello sguardo e fece ciò che meglio sapeva fare, donare il suo corpo per distogliere l'attenzione da ciò che aveva dentro. Lo baciò e lui come da copione, come ogni uomo, dimenticò il resto attraversando il suo corpo con le mani fredde, le sfiorò i seni e insinuò una gamba fra le sue cosce. Era la prima volta che toccava di nuovo un corpo già esplorato, la prima volta che si sentiva impreparato, lei era brava, brava da impazzire a provocarlo. Lo prese per mano e lo condusse verso il pianoforte «suona per me Alessandro» il fiato gli si bloccò, mai avrebbe suonato per qualcuno «non suono per gli altri» rispose lui, ma la ragazza aveva già posato i gomiti contro lo strumento, gli occhi incastrati nei suoi «io posso essere la tua eccezione» lo guardò sbattendo lentamente le ciglia, era eterea, ma intromettersi tra lui e la sua arte era un'azione impossibile. Così la fece sedere su quel pianoforte, stringendo le piccole cosce fra le mani «non suono per gli altri» la rese consapevole che no, lei non sarebbe stata l'eccezione, che le regole dei suoi equilibri erano fin troppo ferree per essere devastate da un paio di occhioni dolci. «Tu hai paura» affermò lei dopo un istante di silenzio, portò le mani sul petto di lui ancora scoperto, Alessandro era dannato, fermo nei suoi contrasti, non fu difficile capire quanto lui fosse troppo per una come lei. «se avessi paura non saresti qui, con me» si insinuò tra le sue gambe riprendendo a baciarla «io le incognite non ho mai saputo risolverle Alessandro» rispose sfilando quella t-shirt che per troppo tempo l'aveva coperta.
Si donarono l'una all'altro, per tutto il giorno, lui che rifiutò di suonare ma nella sua testa aveva già trovato una melodia, lei che scorse la parvenza di un cambiamento in quelle mani congelate.
Duri un giorno oppure tutta la vita?
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Sweet Creature /Alex Wyse/
Fiksi PenggemarLuna e Alessandro, un'irrimediabile incognita che nessuno sarebbe mai stato in grado di risolvere. Erano una vertigine, un tornado che avrebbe condotto alla catastrofe, avevano vent'anni e tutta la vita davanti per cadere.
