Qué vanidad imaginar
que puedo darte todo, el amor y la dicha,
itinerarios, música, juguetes.
Es cierto que es así:
todo lo mío te lo doy, es cierto,
pero todo lo mío no te basta
como a mí no me basta que me des
todo lo tuyo.
Por eso no seremos nunca
la pareja perfecta, la tarjeta postal,
si no somos capaces de aceptar
que sólo en la aritmética
el dos nace del uno más el uno.
Por ahí un papelito
que solamente dice:
Siempre fuiste mi espejo,
quiero decir que para verme tenía que mirarte.
Y este fragmento
La lenta máquina del desamor
los engranajes del reflujo
los cuerpos que abandonan las almohadas
las sábanas los besos
y de pie ante el espejo interrogándose
cada uno a sí mismo
ya no mirándose entre ellos
ya no desnudos para el otro
ya no te amo,
mi amor.
-Julio Cortázar
«Ho voglia di andare al mare» i grattacieli tentavano di sfiorare il sole e niente la infastidiva più di non riuscire a guardare il cielo dai finestrini, tanto che quei giganti lo offuscavano «mia madre mi ci portava sempre, ogni estate era d'obbligo una vacanza in Puglia, diceva che lì c'era il mare migliore» quanto era bella la sua mamma, preziosa persino quando le spezzarono la voglia di vivere, quando chiuse gli occhi e la malattia la portò lontano, un angelo bianco nel cielo per uno nero sulla terra «ora non ti ci porta più?» domandò lui ignaro che di lì a poco avrebbe scoperto il tassello probabilmente più importante della vita di Luna «é morta sei anni fa» aveva solo dodici anni quando conobbe il terrore di poter perdere quanto più importante avesse al mondo e la realizzazione di averlo fatto. «Ti ci riporto io al mare Lu» fu una promessa che valse più di mille mi dispiace detti con l'avidità di chi non era mai riuscito a starle accanto senza spolparle via l'anima, lei intrecciò le loro mani e gli lasciò un bacio sulle nocche per suggellare la prima promessa che forse sarebbe stata mantenuta «te lo prometto» sussurrò lui guardando la strada, sulla guancia spuntò una fossetta.
Siempre fuiste mi espejo
«girati su un fianco, ecco così» le stava scattando delle foto, era bellissima, tra le lenzuola vestita solo del suo cardigan marrone, una porzione di seno spuntava prorompente, le labbra erano arrossate dai baci ed il fumo della sigaretta che aveva tra le labbra si intrometteva tra il volto e l'obiettivo, era nata per essere la sua musa, un equilibrio dannatamente perfetto. Si voltò di spalle, affondando le ginocchia contro il materasso e lasciando che la lana scendesse lungo il suo corpo coprendole solo le natiche, lui deglutì, le mani tremarono leggermente «così va bene?» che tentatrice nata «benissimo» disse allungando una mano per sfiorarle i seni e aggiudicandosi uno schiaffetto «che fotografo impertinente, fa il tuo lavoro» lo provocò «malefica» sbuffò continuando a scattare. Sfilò completamente le maniche dal cardigan, si stese a pancia in giù avvolgendo il cuscino con una gamba «sei sicura?» le domandò il permesso per fotografare interamente le sue nudità «non le vedrà nessuno» stanca di tentarlo senza poterlo toccare si posizionò a cavalcioni sul suo bacino «sono nostre» lo rassicurò posando la fotocamera sul letto per poterlo baciare, lui fece scendere le mani lungo la sua schiena, stringendo i glutei e assecondandola nei movimenti contro il suo bacino, il centro completamente nudo di lei si sfregò contro il tessuto dei suoi pantaloni. Era il gioco della tentazione, sfiorare ma non toccare. «Sto impazzendo» lui fermò quel movimento tentando di sfilare la cinta dai pantaloni «ancora un po'» disse tirando leggermente i suoi capelli «fino a a che punto arrivi Alessandro?» gli chiese rallentando i movimenti, godendo della reazione che il suo corpo aveva creato su di lui «fino a che punto puoi spingerti luna?» la stuzzicò tirando la testa all'indietro, gli occhi chiusi mentre il respiro si spezzava «Luna, scopiamo, ora» lei sorrise e gattonò fino alla testiera del letto, e se quel termine usato in maniera impropria per un momento come quello la ferì non lo diede a vedere «voglio stare sopra» cercò di scacciare il pensiero bastardo che si stava insinuando nella sua testa «vieni qui» Alessandro la condusse sul suo bacino, mentre lui era seduto con la schiena poggiata contro la testiera «mi farai morire Luna» disse nello stesso momento in cui lei prese il controllo di quel momento.
«Il sesso migliore della mia vita, ma dove ti eri nascosta?» ed eccolo di nuovo l'amaro in bocca, non era la prima volta che un uomo le dicesse quella frase, sentirla ripetere da lui e non da uno sconosciuto le fece male, un'altra piccola ferita accanto a tutte quelle che Alessandro le stava lasciando e di cui lei, ancora, non si curava «grazie?» rispose dandogli le spalle «no, dico davvero Luna sei la migliore a scopare»
giura che non mi odierai quando farai fatica a riconoscermi
«sì, ho capito» disse alzandosi per infilarsi l'intimo «dove vai?» chiese ignaro del macigno che aveva appena scaraventato sul suo stomaco «a fumare» prese il pacchetto di camel blu «puoi farlo qui» disse ovvio «voglio fumare in balcone» si alzò «come preferisci» la risposta di Alessandro la sentì a stento, era già scappata via da quella camera. Passò un'ora o forse due seduta sui divanetti del balcone, il fumo le aveva inondato i polmoni, i pensieri l'avevano già affogata. Non riusciva a comprendere i meccanismi dei suoi giochi, prima le presentava sua madre e le prometteva di portarla al mare, poi la riduceva ad una squallida amante. Chi era realmente? Era le carezze che percepiva nel dormiveglia oppure le parole taglienti che la dilaniavano nei momenti meno opportuni? «Morirai di freddo così» ed eccolo lì, il volto di chi aveva rimuginato ininterrottamente sui propri errori «sto bene così» strinse le braccia lungo i fianchi, la pelle d'oca la tradì «come preferisci» quella frase dal sapore dell'indifferenza venne pronunciata per la seconda volta.
Rientrò in casa furtiva come un ladro, lo trovò sdraiato sul letto, le mani incrociate dietro la nuca e lo sguardo al soffitto «te ne vai?» chiese vedendola rivestirsi «sì» annuì infilando gli anfibi neri «guarda che puoi restare» se avesse posato gli occhi su di lei anche solo per un secondo si sarebbe accorto della lacrima che le stava scendendo lungo il volto «ci sentiamo» lo salutò frettolosamente «Luna» la richiamò «senti Alex devo andare» la verità è che non vedeva l'ora di fuggire dal suo odore, dalla sua voce, dalle crepe che aveva creato.
E se la luce dei lampioni illuminò un volto pieno di lacrime nessuno lo diede a vedere.
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Sweet Creature /Alex Wyse/
Fiksi PenggemarLuna e Alessandro, un'irrimediabile incognita che nessuno sarebbe mai stato in grado di risolvere. Erano una vertigine, un tornado che avrebbe condotto alla catastrofe, avevano vent'anni e tutta la vita davanti per cadere.
