Partì di mattina presto, tra gli abbracci e le premure dei Diaz. Almeno i suoi si erano segnati di pagarle un volo in prima classe, così poté dormire comodamente fino a poco prima dell'atterraggio.
All'aeroporto trovò suo padre ad attenderla: non sembrava malato, non era dimagrito, aveva un colorito sano e gli occhi svegli. Tuttavia, preferì non fare domande e corse ad abbracciarlo.
«Viviane! Fatti guardare, mi sei mancata tanto!» le sorrise, lei ricambiò per cortesia, perché non sarebbe riuscita a dire lo stesso: se gli fosse veramente mancata, l'avrebbe chiamata.
La casa in Oregon era molto diversa da quella che avevano prima che andasse a vivere con Miguel. Era bella, anche se il bianco e l'oro come colori dominanti non erano i suoi preferiti.
«Tesoro! Sarai tanto stanca! Ti mostro la tua stanza, così potrai riposare!» si offrì sua madre, quasi come se stesse recitando. Per Viviane qualcosa non andava, ma non riusciva a capire.
La sua camera era orribile: c'erano così tanto rosa e bianco che sembrava di essere finiti in una caramella.
«In realtà, non ho sonno...parliamo...a che scuola andrò? Quando inizierò?» chiese, per prepararsi.
«Oh no, non andrai a scuola! Abbiamo visto che avevi voti bassi, quindi studierai a casa»
«Ma-»
«Se non hai sonno sistema la stanza, poi scendi a salutare tuo padre, che deve andare a lavoro» le intimò sua madre, chiudendo la porta.
Non appena la donna fu fuori, prese il cellulare e scrisse a Miguel.
«C'è qualcosa che non va, sono tutti strani»
«Forse è perché non li vedi da parecchio» le rispose subito, cosa che la fece sorridere.
«Possibile» lo rinfilò in tasca e iniziò a sistemare i vestiti, che, confronto a quella stanza sembravano appartenere a un bicker.
Quando si ritrovò tra le mani la maglietta rossa di Eli, d'istinto la premette sul naso, per assaporarne l'odore di menta e limone. Quante ne avevano passate...
«Ciao papà! Ci vediamo stasera!»
Non appena l'uomo fu uscito, la mamma la chiamò in cucina per farsi aiutare con i piatti.
«Tesoro, adesso parliamo» iniziò, seria.
Raven annuì.
«Bene...devi far sentire a papà che hai bisogno di lui, ok?»
«Sì, ma che cos'ha?» ancora non le era stato spiegato e voleva assolutamente sapere.
«Ti basta sapere che è molto malato e, per favore, non chiedere altro» rispose secca la donna, posando rigidamente un bicchiere sul lavandino e fissandola dritta negli occhi.
Quel gesto la spaventò così tanto che riuscì solo ad annuire deglutendo. No, non era strano perché non li vedeva da tanto, le nascondevano qualcosa.
La sera Yasmine la chiamò mentre era chiusa nella propria stanza. Stare vicino a sua madre le metteva ansia e in quella casa non si sentiva al sicuro. Quella chiamata la fece sentire meglio.
«Yas! Menomale...» sospirò rilassata.
«Ehy, che succede?»
«Qui qualcosa non va! Nessuno mi spiega niente e mia madre mi spaventa»
«Se hai paura posso tenerti compagnia tutta la notte! Dimitri mi perdonerà»
«No io...oddio, mi stai dicendo che?...»
Scoppiarono a ridere, Viviane sottovoce, come se il far rumore le comportasse punizioni.
«Successo qualcosa di interessante oggi?»
«Mmmh...no...solite cose, solo che Eli sembra uno zombie...»
La tristezza tornò a impossessarsi di lei, che strinse la maglia rossa che aveva addosso.
«Non dirmelo...povero...»
«Scusa...dovevo tacere...dai, com'è la casa?»
«Sembra vomitata da Barbie! La odio, con tutta me stessa» ammise, lanciando un cuscino con rabbia.
«Cos'era quel rumore?» si allarmò Yasmine.
«Ho appena rotto un soprammobile orrendo» alzò le spalle.
«Stai così male? Perché non torni?...»
«Non posso... papà...io...vorrei, ma...come?»
«Hai ragione... già ci manchi, Viv...cerca di essere allegra, o le cose andranno sempre peggio»
«Lo so...Yas...non attaccare, resta al telefono» singhiozzò, sentendo il silenzio farsi sempre più opprimente.
E da qui Rav inizia la sua nuova vita... sarò sincera, mi fa un po' pena, la sto trattando maluccio...dai, è forte lei...no?...
