4. Informazioni

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Ares

Athena spalancò la porta del mio ufficio con irruenza e i suoi tacchi batterono incessantemente sul pavimento, mentre si avvicinava con passo di marcia.

«Signore, io ho provato a fermarla...» Uno dei miei uomini accorse preoccupato nella stanza, ma gli feci un lieve cenno con la testa e sparì, chiudendosi la porta alle spalle.

Nel mentre mia sorella sbatté, senza alcuna delicatezza, un fascicolo pieno di fogli sulla mia scrivania, poi si accomodò sulla poltroncina di fronte alla mia e incrociò le braccia al petto.

«Buongiorno anche a te, Athena.» Sogghignai lievemente, sorseggiando il mio caffè.

Era l'unica cui permettevo una tale insubordinazione, perché tra di noi era sempre stato così, non c'erano regole o formalità, era stata la prima ad essere presente per me, la secondogenita dei Volkov, la mia Athena. Tra noi Volkov c'era un rapporto speciale, di solidarietà e vicinanza, eppure tra me e lei era diverso, forse perché i primi anni eravamo stati solo noi due e, avendo un solo anno di differenza, era più facile capirci a vicenda.

«Non è affatto un buongiorno, Ares.» Sibilò, sporgendosi verso di me. Era di pessimo umore, un male per chiunque avesse attorno, io avevo smesso di farci caso da tempo, ormai. «Hai idea di quanto io abbia dovuto lavorare per avere questo fascicolo in un tempo così breve?» Inarcai le sopracciglia.

«Pensavo fosse il tuo lavoro all'interno di questa famiglia, sorella.» La schernì e la vidi lanciarmi un'occhiata gelida. Le nostre conversazioni erano composte di dispute amichevoli, nelle quali ci alternavamo con le vittorie.

«E, come sempre, l'ho svolto egregiamente, ma, la prossima volta che devo scavare così tanto e interpellare così tanta gente, permettimi di avere quarantotto ore e non ventiquattro; vorrei avere il tempo di prendermi cura di me stessa, cosa che, evidentemente, sta mattina non ho avuto.»

Bugiarda. Athena era sempre impeccabile, magnifica nei suoi abiti attillati e formali, che le accarezzavano il corpo come una seconda pelle. Sarebbe stata bella sempre, in ogni singola occasione, perché aveva ereditato il fascino e i lineamenti di nostra madre e l'espressione fiera di nostro padre. In quel momento desiderava soltanto che la elogiassi un po', per il compito portato a termine con successo, però, soprattutto, per il suo aspetto. La conoscevo perfettamente, sapevo leggere le sue espressioni facciali, le posizioni di corpo e analizzavo ogni parola che pronunciava, perché Athena non era mai stata una persona superficiale e, per capire ogni sua singola sfumatura, bisognava prestare molta attenzione nel cancellare quel nero di cui si avvolgeva, null'altro che una protezione da quello che la circondava. Eravamo così simili noi due, eppure così diversi.

«Non è la prima volta che ti chiedo informazioni su una persona.» Non capii cosa ci fosse di diverso, non aveva mai avuto troppe difficoltà o lamentele per un compito così semplice.

Mi guardò con uno sguardo soddisfatto, alzò il mento e sorrise lievemente.

«C'è molto di più di quello che sembra, fratello.» Mi avvicinò il fascicolo. «Non è solo una ballerina del Luxury e credo fosse destino che tu andassi in quel locale, perché abbiamo tra le mani una scoperta davvero interessante.»

****

L'avevo fatta pedinare quel pomeriggio, sapevo esattamente dove fosse in ogni singolo istante. Aveva passeggiato per la città assieme a due donne, una più anziana e una più giovane, erano entrate in alcune boutique e ne erano uscite con buste piene di abiti e gioielli. I miei uomini l'avevano osservata per me, ma era stato Hermes a essere concretamente i miei occhi. Mi aveva raccontato ogni singolo dettaglio, era bravo a coglierli quasi quanto me. Era bella, aveva affermato come prima cosa, forse ancora di più di quando l'avevamo vista ballare vestita da angelo, con il suo cappotto nero, abbinato a degli stivali alti, al colbacco e ai guanti, mentre il suo corpo sinuoso era nascosto dal soprabito. L'aveva vista camminare a braccetto con la donna più adulta, seguire i suoi ritmi, lenti e cadenzati, senza mai parlare. Le altre due donne avevano chiacchierato, eppure lei era rimasta silenziosa, ogni tanto aveva annuito o accennato un sorriso leggero. Avrebbe incantato tutti, anche se, a occhi attenti come quelli di mio fratello, non era passata inosservata la falsità di quel gesto, un lieve strato di apatia sembrava ricoprire la sua persona. Mi aveva detto che, solo quando rispondeva alle domande dell'anziana o la guardava, sembrava cambiare qualcosa in lei.

«È il suo punto debole, Ares, è evidente.» La osservava solo da due ore, eppure fu sicuro di dirmi quella frase, che mi appuntai mentalmente, consapevole che mi sarebbe tornata utile.

Mi aveva detto che si erano fermate in un ristorante per cenare, poi erano tornate a casa. Avevo appostato degli uomini lungo il perimetro e nella zona limitrofa, volevo che la sorvegliassero, che fossero attenti a non farla scappare di nuovo.

Chiamai Athena al telefono, poiché quella sera non aveva preso parte alla cena tra fratelli che avevo organizzato nel mio attico, essendosi dichiarata occupata con altro, le inviai le foto delle due donne che avevano passeggiato con il mio piccolo angelo e le ordinai di fornirmi ogni informazione su di loro.

Scoprii che la donna adulta si chiamava Irina Dobrow, o almeno quello era il nuovo nome che le avevano dato, ed era la madre del mio piccolo angelo; dai fascicoli non risultava sposata, eppure, sotto la sua vera identità, aveva sposato un uomo e aveva dato alla luce quella che tutti conoscevano come Michelle. L'altra ragazza, invece, Nadya Petrova ed era una ragazza di ventitré anni, con una laurea in infermieristica, risedeva, nella casa del mio piccolo angelo.

Quando ebbi finito di leggere ogni cosa, posai ordinatamente i fogli sulla scrivania, li richiusi in una cartellina e li misi nella cassaforte incassata nel pavimento. Mi accesi una sigaretta per rilassare i muscoli e iniziai ad elaborare un piano per portare il piccolo angelo da me.

La regina di piccheLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora