Nikita
Mi ero immaginata in abito bianco soltanto quando ero abbastanza ingenua da non conoscere il nero del mondo e da sperare una vita simile a quella delle principesse Disney, dove avrei vissuto insieme al mio principe, munito di cavallo bianco. All'età di sette anni, però, quando ho visto per la prima volta mio padre tradire mia madre, credo che qualcosa in me sia cambiato e che io abbia incominciato a perdere l'innocenza tipica dei bambini.
Ricordo fosse una giornata estiva molto soleggiata, perciò la mia tata mi aveva accordato il permesso di passare il pomeriggio in giardino a dipingere seduta sull'erba. Olga, così si chiamava la donna che aiutava Nastya nel prendersi cura di me, si era allontanata per prendere dalla cucina un piattino pieno dei biscotti che amavo e un bicchiere di succo, così da permettermi di fare merenda, com'era consuetudine. Rimasta sola, mentre dipingevo, avevo improvvisamente ricordato di aver lasciato il mio orsacchiotto preferito, quello che mi aveva regalato la mamma, sul letto e mi ero sentita in colpa per non averlo portato con me a godersi l'aria aperta e l'odore dei fiori del nostro giardino curato, allora, con le mie gambette veloci, ero corsa in casa, avevo salito le scale e raggiunto la mia cameretta. Recuperato Ludo, il peluche, soddisfatta della riuscita della mia missione, stavo per ritornare da dove ero giunta, quando, nel corridoio, avevo incominciato a sentire dei rumori strani. Mi era sembrato che qualcuno stesse affannando e avevo pensato che forse il mio papà si era fatto male. Ero corsa fino alla porta del suo ufficio, da dove provenivano quei suoni e avevo provato a bussare, poiché Vladimir mi aveva vietato di entrare lì dentro, senza il suo permesso, tuttavia nessuno aveva risposto e, preoccupata, avevo spalancato la porta, sempre più convinta che lui avesse bisogno di aiuto.
Quello che i miei occhietti vispi videro, però, non fu mio padre ferito e sofferente, tutt'altro. Ebbi il tempo di registrare solo un ammasso di corpi nudi e sudati, di facce stravolte da un piacere di cui non sapevo nulla, prima di voltare le spalle a quella scena e correre in bagno a rimettere. Non capii a pieno quello a cui avevo assistito, eppure sapevo, dentro di me, quanto fosse sbagliato quello che Vladimir stava facendo; non conoscevo il sesso, ma comprendevo che mio padre avrebbe dovuto baciare e stringere tra le braccia solo mia madre, perché loro erano sposati e il matrimonio chiedeva che l'uno fosse fedele all'altro. Mamma tornò a casa poche ore dopo e a cena non mangiai nulla, troppo impegnata a fissare il mio piatto e a rivivere quelle scene nella mia testa. Vladimir non disse nulla, mi degnò solo di un'occhiata pregna di disappunto, come se fosse colpa mia, Nastya, invece, mi raggiunse quando io ero già a letto, che schiacciavo il viso contro il cuscino per nascondere il rumore dei singhiozzi. Le raccontai tutto e lei non si arrabbiò, anzi, mi cullò tra le sue braccia, con l'espressione persa in un dolore così profondo, che una bambina come me non avrebbe mai compreso; quando le chiesi spiegazioni, non mi rispose, mi disse solamente che andava tutto bene e che non dovevo preoccuparmi di ciò che avevo visto. Da quel giorno in poi, però, feci più caso agli occhi tristi di mia madre, alle carezze, ai baci e agli abbracci che papà non le dava mai. In realtà ero veramente cresciuta l'anno successivo, a otto anni appena compiuti, quando, per la prima volta, Vladimir picchiò Nastya davanti a me. Lo faceva da anni, lo scoprii solo dopo, perché era sempre stato cauto, di modo da non lasciarle segni evidenti, e non l'aveva mai fatto in mia presenza. Era il quattro gennaio, appena due giorni dopo il mio compleanno. A San Pietroburgo faceva freddissimo, la neve non aveva smesso di scendere per un solo istante, tanto che la bufera aveva impedito ai nostri domestici di lasciare le loro abitazioni e a papà di uscire per i suoi affari. Era più nervoso del solito, lo ricordo benissimo, ed io sapevo che, in quei momenti, era meglio prendere le distanze, perché altrimenti mi avrebbe urlato contro e mi avrebbe fatta piangere, poi, non contento, mi avrebbe messa in punizione, nonostante mamma non fosse d'accordo, perché, secondo lui, il pianto era per i deboli. Nastya, vista la mancanza dei domestici, aveva dovuto mettersi al loro posto e cucinare il pranzo, mentre mi aiutava a completare gli ultimi compiti che mi erano stati assegnati. Chiedendole aiuto per lo svolgimento di un esercizio di matematica, l'avevo distratta troppo a lungo, tanto che aveva lasciato che la zuppa si cuocesse eccessivamente. Servita in tavola, aveva chiamato papà e, arrivato lui, ci eravamo seduti tutti ai nostri soliti posti, come una famiglia normale, tuttavia, appena assaggiato il pasto, era successo il disastro. Vladimir aveva scagliato lontano la zuppa, la quale si era riversata, in parte sul pavimento, e in parte sulla tovaglia.
«Io dovrei mangiare questo schifo, secondo te?» Aveva urlato, alzandosi in piedi e facendo cadere la sedia dietro di sé.
«Mi dispiace, Vladimir, stavo aiutando Nikita e ho lasciato che si cuocesse troppo.» Anche mamma sapeva che provocarlo avrebbe peggiorato le cose, così aveva chinato il capo, come se quella dannata situazione fosse normale.
A quell'uomo spregevole, però, le scuse non erano bastate: l'aveva presa per il collo, scagliata lontano, fino a farla sbattere contro il muro. Un gemito strozzato era riecheggiato nella stanza, seguito poi dalle urla di Nastya, sofferente sotto la furia dei calci di Vladimir, e dalle mie, che lo supplicavo di smetterla.
Fu davanti a quella scena, che lasciai andare ogni fantasia. Quella nebbia, che limita la vista, quando sei un bambino, si diradò, permettendomi di guardare tutto in modo più adulto, nonostante fossi ancora troppo piccola per quello. Così, smisi di sognare il mio abito bianco, troppo impegnata ad odiare mio padre e a prendermi cura di mia madre, ecco perché, trovarmi in quella atelier, con indosso un abito da sposa, davanti agli occhi elettrizzati di mia madre, a quelli velatamente preoccupati di Nadya e a quelli inespressivi di Athena, mi aveva spiazzata, facendomi avvertire un senso di soffocamento, che camuffai abilmente con sorrisi e risate eccitate.
Ares mi aveva detto quella mattina di aver preso un appuntamento nella miglior atelier della città per quello stesso pomeriggio. Ero stata tentata di urlargli contro, poi, però, avevo stretto i denti, poiché capivo l'esigenza di accorciare i tempi e di celebrare il matrimonio quanto prima.
Le commesse ci avevano servito dello champagne e delle tartare dall'aspetto eccezionale, che neppure toccai, tanta era la nausea che mi stringeva lo stomaco.
«Dio, tesoro, sei splendida.» Commentò Nastya, asciugandosi qualche lacrima cadutale sulle guance pallide.
Mi guardai allo specchio: non ero felice di indossare un vestito da sposa, com'era lampante, vista la mancanza del desiderio di sposarmi, e non m'importava molto di che cosa avrei vestito, quando avrei percorso la navata, tuttavia sapevo che per mia madre quel momento era importante, poiché lei credeva fosse tutto reale, quindi mi imposi di sembrare vagamente interessata. Indubbiamente quello era il migliore di tutti gli abiti che avevo indossato, adatto a risaltare la mia figura, ma anche a farmi risultare elegante e raffinata. Si trattava di un vestito a sirena, lungo fino ai piedi e con un leggero strascico nella parte posteriore. Il corpetto, ricoperto di Swarovski, faceva risaltare il mio seno piccolo e abbracciava, come se fosse una seconda pelle, l'addome e la vita, da cui partiva la lunga gonna interamente in raso bianco, costellata di pietrine luccicanti in punti sporadici, permettendo al vestito di non risultare mai pacchiano, anzi, di mantenere la sua aria affascinante. Decisi che sarebbe stato tollerabile indossarlo, poiché, nonostante odiassi tutto quello che rappresentava, la vita di sacrifici a cui sarei stata sottoposta, per il bene delle persone che amavo, mi dava quella forza e quella sicurezza di cui non sapevo aver bisogno. Mi dissi che sarebbe servito a non far crollare la maschera durante la cerimonia, a farmi sembrare la perfetta sposa innamorata del suo sposo agli occhi degli invitati e di coloro che ignoravano la verità, e una donna forte, caparbia, sicura di sé e determinata, davanti a quelli che portavano il cognome Volkov.
«È quello giusto.» Accennai un sorriso, poi mi lasciai stringere dalle braccia calorose di mia madre, da quelle esitanti e apprensive di Nadya e da quelle distaccate e insensibili di Athena.
«Sono così felice per te, piccolo fiocco di neve.»
«Anch'io.» Le strinsi la mano e le posai un bacio sulla gota.
Menti.
Menti sempre.
Menti o cadrai a pezzi.
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La regina di picche
RomancePrimo vol. Mafia Series Nessuno sa cosa successe quella notte, quale fu la causa di quell'incendio che spazzò tutto via. Gli inquirenti non seppero darsi una spiegazione, forse, però, nemmeno la cercarono davvero, perché quello che importava era la...
