26. Vittime

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Nikita

Partecipare alle riunioni in cui Ares riuniva il consiglio degli anziani, aveva i suoi vantaggi nonostante non fossi la benvenuta e mi trovassi ai piedi della catena alimentare. Essere la moglie del pachan non li frenava dallo sputare fuori accuse velenose e commenti sprezzanti. Lo facevano quando pensavano non stessi ascoltando, chiaramente, poiché credevo temessero un coltello conficcato in un occhio. Sarebbe stato difficile guadagnarsi il rispetto degli Anziani, uomini che credevano di detenere il potere assoluto, di essere i consiglieri del capo della Bratva, ma che, effettivamente, contavano ben poco. Era arrabbiati, non riconoscevano del tutto l'autorità di Ares, come aveva reso chiaro Anton Melnikov, e quello li rendeva inaffidabili e un pericolo per i miei piani di tenere al sicuro coloro che amavo. Non mi importava di che cosa avrebbe fatto mio marito per tenerli a bada o per controllarli, io ero seduta a quel tavolo per conoscere e studiare i miei possibili nemici, schedarli e permettermi di capire quale fosse il modo migliore per agire, qualora ce ne fosse stato bisogno.

Mentre la mia mente elaborava strategie, però, informazioni preziose raggiungevano le mie orecchie, come gli aggiornamenti che il pachan offriva come briciole, per consolare le avide bocche degli Anziani, in merito al caso di Erisa Shahini. Non divulgava troppo, si manteneva sul vago, doveva farlo, in quanto sapeva bene ci fosse ancora una spia a piede libero tra i suoi ranghi e aveva ragione di dubitare dei membri del consiglio. Ares si era limitato a dir loro che la sorella di Bekin Shahini fosse in un posto sicuro, non rintracciabile dagli albanesi, perché non collegato in alcun modo alla Bratva, e che si stesse occupando di tutto il suo secondo in comando, Hermes.

Inizialmente mi ero obbligata a non reagire e a non farmi coinvolgere; occuparmi di una prigioniera non era tra le mie priorità, dovevo pensare a mantenere le apparenze sul mio matrimonio, per salvare mia madre dalla crudele verità, dovevo occuparmi anche della sua malattia e dovevo tenerla al sicuro dalla mafia albanese e dalla stessa organizacija. Ero riuscita nel mio intento: per un po' avevo messo in un angolo il pensiero di quella ragazza, su cui, però, non mi ero trattenuta dal fare delle ricerche. Erisa Shahini era un'innocente: indagare su di lei era stato difficile, la famiglia Shahini era molto riservata, gestiva gli affari in segreto, lontano dagli occhi delle forze dell'ordine, tuttavia io sapevo sempre dove cercare e avere tante conoscenze giocava a mio vantaggio. Le spie più affidabili erano le donne, in particolare le cameriere, che sapevano essere delle grandi ciarliere: gestire la casa di famiglie mafiose richiedeva un grande sforzo, dovevano essere invisibili, discrete, dovevano imparare a comportarsi come dei fantasmi. Nelle case peggiori c'erano delle regole da rispettare, se si voleva rimanere in vita, e una di queste era tapparsi forzatamente le orecchie, fingendo di non sentire nulla. Le cameriere sono sempre quelle che capitano nelle situazioni sbagliate per caso e sono quelle che, una volta andate via dalla villa degli orrori, davanti a una giusta somma di denaro, aprono le labbra per cantare come usignoli.

Trovare la donna che facesse al caso mio non era stato semplice, tuttavia avevo scovato qualcuno che mi raccontasse tutto e quello che avevo ascoltato aveva capovolto ogni mio intento di tenermi alla larga da ogni faccenda che riguardasse Erisa Shahini.

Non mi sorprendeva il fatto che Vladimir Lipovsky facesse affari con uomini rivoltanti, ma Bekin Shahini era pura fecciae sua sorella era un'innocente. Erisa mi aveva ricordato la me sedicenne, quella ragazzina piena di traumi, alla costante ricerca di allontanarsi dall'uomo che le stava rovinando la vita. La prigioniera dei Volkov non aveva sedici anni, era più grande, ma, da quanto avevo appreso, si portava dietro un grande bagaglio di sofferenza, tutto a causa di un uomo, Bekin, suo fratello, lo stesso che avrebbe dovuto proteggerla, ma che la trascinava nell'abisso, come Vladimir, mio padre, aveva fatto con me. Avevo poi pensato al fatto che, ancora una volta era per colpa degli uomini, delle loro guerre, che lei era rinchiusa, prigioniera della Bratva, proprio come io ero stata catturata, a mia volta, da un uomo, Ares, il quale mi aveva ricattata e costretta ad una vita e ad un matrimonio che odiavo, trascinandomi lì per un suo capriccio.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Jul 03 ⏰

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