Capitolo 40

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Occhi spenti, occhiaie mal celate, capelli scompigliati, privi della loro lucentezza e troppo lunghi per essere i miei

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Occhi spenti, occhiaie mal celate, capelli scompigliati, privi della loro lucentezza e troppo lunghi per essere i miei. Volto scolpito dalla perdita di peso e incarnato grigiastro. Una copia dei personaggi di Tim Burton, una triste realtà riflessa sullo specchio dei camerini della Blackstorm Corporation.

Il calendario segna il 3 luglio, un mese esatto dal compleanno dei gemelli, tre misere settimane trascorse dalla rottura di quell'equilibrio che credevo di aver trovato. Abbandonato a me stesso, privato di indicazioni che potessero darmi un briciolo di speranza e recluso nell'ufficio di Alejandro. Non respiro più. Sono in bilico tra lucidità e follia. Gli incubi la notte assediano la mia mente; durante il giorno il chiacchiericcio dello stilista riempie la stanza.

Condivido l'ufficio con lui e "gli altri". Tra schizzi di abiti, campioni di tessuto e corpi martoriati frutto della mia mente malata. All'inizio erano solo un'eco lontano, delle grida strazianti che mi tormentavano, materializzandosi man mano in ombre sempre più distinte, più reali. Adesso, nel cuore della notte, quando il sudore appiccica i capelli sulla fronte e il corpo è in tensione sul letto morbido, loro mi parlano, mi toccano. Percepisco le loro impronte, vedo dei lividi che non dovrebbero esserci e patisco gli orrori che non caratterizzano questa parte del mondo.

Sono diventato preda di me stesso. Necrohowl infiamma dentro, pretende di annientare Elias nella sua forma più subdola, lasciando al suo posto solo il caos. Scalpita sotto pelle alla ricerca della sua libertà, approfittando delle mie debolezze per insorgere. Non so quanto ancora potrò resistere, posso provare ad affogare i miei demoni, ma presto si ribelleranno. Già li sento scalpitare coi loro pensieri intrusivi che si proiettano su chiunque mi sia vicino.

Stringo il bordo della poltroncina, la giacca copre i muscoli tesi delle braccia lasciando scoperti quelli degli addominali contratti. Alcune cicatrici più chiare risaltano sotto la luce fredda dei led, risaltando ogni mia imperfezione.

«Elias, sei pronto?» la voce di Alejandro mi fa sobbalzare. Annuisco e lo seguo nella sala shooting adibita da Ginevra. Lei ha sostituito il suo compagno insieme a un nuovo fotografo che ho avuto l'onore di conoscere. Sua signoria Le Blanchett, un uomo che di anni ne mostra più di quelli che ha, a suo dire imbruttito dal tempo trascorso nelle camere oscurate. Ha un talento sopraffino, puntiglioso certo, ma pur sempre impeccabile. Un degno sostituto di Mike, martoriato da sua cugina.

L'ho visto di sfuggita durante i nostri pasti, sempre di fretta, l'aspetto mal curato e la voce della cugina a rimbombargli nelle orecchie. Lo chiamava sempre, per ogni incombenza come se avessero invertito i ruoli. Non era Mike il segretario e neanche il fotografo di punta, ma si è plasmato il Michael Blackstorm, una seconda figura manageriale.

«I principi si fanno attendere?- la voce del signor Le Blanchett rompe la quiete dello studio. -Perché vorrei ricordare loro che la bellezza è effimera, sboccia lenta, ma sfiorisce rapida» con una mano mi fa cenno di sedermi su quell'unica sedia di pelle presente sul centro dei teli bianchi. Mi indica le pose e come un burattino le imito. Del resto cosa potevo fare? È già tanto che io non sia stato licenziato da Alejandro.

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