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Capitolo 27

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«Che sta succedendo, Sam?!» cerco di mantenere un profilo basso dinanzi agli occhi delle persone che affollano il backstage, provando con la tecnica del 4-7-8 a scacciare quella sensazione d'ansia che lentamente vuole prendere possesso di me

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«Che sta succedendo, Sam?!» cerco di mantenere un profilo basso dinanzi agli occhi delle persone che affollano il backstage, provando con la tecnica del 4-7-8 a scacciare quella sensazione d'ansia che lentamente vuole prendere possesso di me. Inspira profondamente per quattro secondi, trattieni il fiato per sette ed espira lentamente per i restanti otto. Afferro la giacca riposta su uno dei banconi, incamminandomi immediatamente alla fermata dell'autobus più vicina, nella speranza che i mezzi pubblici svolgano il loro normale servizio in questa zona nonostante l'evento in corso.

«Oh, scusami— dico urtando qualcuno che non riesco a distinguere. Percepisco solo sagome nere che si confondono con il pianto disperato di mia sorella dall'altro lato del cellulare. —Per favore, dimmi cosa sta accadendo alla mamma» la voce mi esce strozzata. Mi allontano dalla passerella disperdendomi tra la folla che lentamente si muove nella mia direzione, riuscendo ben presto a scorgere una delle uscite secondarie del parco. Corro senza guardarmi indietro, so che persino la stessa Yvonne mi ha notato perché ho sentito la sua voce in lontananza, eppure non posso fermarmi né per lei né per nessun altro.

"Elias, mi senti?" la voce di Chris giunge alle mie orecchie leggermente alterata a causa delle interferenze.
Tiro un sospiro di sollievo. «Sia ringraziato il cielo, Chris, che sta succedendo?»
"Vivienne ha avuto una crisi cardiorespiratoria. L'abbiamo portata d'urgenza al Madigan e Carl la sta operando" corro per quattro isolati prima di veder apparire in lontananza i cartelli di indicazione della metropolitana, il fiato ridotto ad ansimi pesanti per la fatica.
«Operando? Merda, la metro è chiusa!» sbotto vedendo i cancelli sbarrati.
"Elias, non ti agitare e non fare follie per strada. Sarebbe inutile".
«Stiamo parlando di mia madre, come fai a dirmi queste cose?!» sbraito perdendo un po' di compostezza.
"Fa funzionare quel dannato cervello! La stanno operando e non sappiamo quando finirà, la situazione è grave".

Non rispondo. Gli occhi pizzicano a causa delle lacrime che cerco di trattenere e guardo verso l'orizzonte ammirando i colori aranciati del tramonto che lentamente lascia spazio nel cielo di Seattle ai colori scuri della notte mentre, con i polmoni che bruciano ancora per lo sforzo, mi incammino alla prima fermata del bus fuori dal raggio d'azione dell'evento. Infastidito dalla vista annebbiata, con il braccio mi strofino gli occhi, ma quelle bastarde non demordono ed una traditrice scappa dal mio controllo, arrestandosi sulle labbra.

«Io arriverò presto» mormoro cercando di scansare qualche passante che incontrava il mio cammino. Forse potrei fermare un taxi, deve essercene qualcuno disponibile in queste zone.
"Va bene, siamo nella sala d'attesa del pronto soccorso, ti aspettiamo" la linea cade, lasciandomi finalmente da solo in mezzo al traffico con la paura a divorarmi le viscere.

La vivacità della città non arriva alle mie orecchie, troppo concentrato nei miei pensieri, perso tra i mille "e se" e gli infiniti "ma" che urlano nella mia testa, consapevole che non sarebbero serviti a niente. Mi lascio andare in una muta preghiera sperando che qualcuno lassù mi ascolti. Nella foga del momento, però, non mi rendo conto di andare contro un corpo più minuto: letteralmente le finisco addosso, rischiando di farlo finire per terra se non fossi stato rapido nel tendere una mano per circondare la vita.

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