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Capitolo 42

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Sorrido amaramente mentre una nuvoletta di condensa lascia le mie labbra nel tentativo di scaldare le mani intorpidite dal freddo della mattina

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Sorrido amaramente mentre una nuvoletta di condensa lascia le mie labbra nel tentativo di scaldare le mani intorpidite dal freddo della mattina. Che strana la vita, ancora non è inverno, ma a me sembra di esserci da un'eternità. Alzo lo sguardo verso l'imponente edificio di vetro, lo stesso che otto mesi fa mi ha accolto a braccia aperte. Lì, su quella superficie sempre immacolata, riesco a scorgere la mia figura tremolante.

Sembra di vivere un deja vu. Stesso luogo, stesse emozioni, ma niente fiori di ciliegio che sbocciano sullo schermo led, solo delle foglie d'acero che perdono il loro intenso colore per cadere dolcemente portando con sé il dorato dell'autunno ormai quasi concluso. Mordo la lingua nascondendo il capo nella morbida sciarpa di lana, nel tentativo di ignorare questo strano sentimento.

L'amarezza di aver perso tutto è massacrante. Potevo essere il profeta del demone, le avrei donato anima e corpo in eterno, ma sono stato gettato fuori dal tempio come la più vecchia delle pezze, senza possibilità di redimere i miei peccati. E questo è ciò che rimane di me, un guscio vuoto senza meriti, un disperato alla ricerca della pace che non trovo nemmeno nei sogni più appaganti.

Ero l'uomo più rispettato dell'esercito e sono caduto per mano di una donna che mi ha usato e poi dimenticato. Ha abbandonato chiunque provasse un briciolo d'amore per lei, portando con sé il sapore dell'abbandono. Ormai, tutto ciò che mi resta è fingere che non mi importi. Sono bravo a indossare le maschere, o almeno ci riesco con gli altri componenti della famiglia Blackstorm vittime dello stesso sistema che hanno creato. Un sorriso grande che non mi appartiene, un tono pacato e accondiscendente e un menefreghismo che cela il bisogno pungente di sentirla di nuovo contro la mia pelle.

«Guarda chi si rivede, buongiorno soldato» il sipario si alza di nuovo e torno in scena alzando lo sguardo verso quegli occhi chiari colmi di stanchezza. Stessa barba bionda folta, stessa montatura di occhiali scura adagiata sul naso e lunghi capelli legati in uno chignon disordinato, Mike Blackstorm non cambierà mai. Lo saluto con una semplice alzata di mano e lo invito a prendere un caffè con me per tenermi compagnia. In fondo, non tutti i Blackstorm sono così male, bisogna solo capire che maschera desiderano indossare prima di presentarsi. «È di nuovo Halloween e non ne sapevo nulla?» scherzo sulle profonde occhiaie che deturpano il volto pallido dell'uomo, ringraziando la barista quando adagia sul bancone le nostre ordinazioni. Senza attendere risposta, inizio a gustare una brioche farcita alla marmellata, colmando il lieve languore.

«Non riderei così tanto se fossi in te— mescola con calma l'espresso che ha ordinato beccandosi un mio sguardo interrogativo. —La fata maligna sta aiutando Alejandro e sono entrambi ai piani alti» un brivido mi attraversa la schiena. Questo spiega la sua presenza ai piani bassi.

«Non è riuscito a parlarle per settimane, pensa di poter cambiare qualcosa adesso con il piccoletto?» mando giù un sorso di caffè. Ascolto qualsiasi cosa che possa tornarmi utile. Ho compreso che Yvonne muove i giovani Blackstorm, rendendoli la chiave per far breccia nelle sue barriere. Mike si fa strada tra i corridoi brulicanti di persone e mi chiede dei consigli per aiutare i gemelli a riappacificarsi che dispenso purché vadano a mio favore. Infondo la guerra è inganno. Bisogna mostrarsi forti quando si è deboli e viceversa.

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