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Capitolo 41

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Una richiesta semplice, una supplica velata, che sembra risvegliarla dal torpore del sonno

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Una richiesta semplice, una supplica velata, che sembra risvegliarla dal torpore del sonno. Un lieve fruscio di vestiti mi giunge alle orecchie insieme al mio nome. La preoccupazione è palpabile in ogni domanda che mi pone, ma che fatico a comprendere, troppo focalizzato sul pensiero di essere stato abbandonato come la più scadente delle puttane. Mi ha dato ricchezze e ciò che più desideravo, senza amore e comprensione.

"Sto arrivando, non riagganciare" non l'avrei mai fatto. Tuttavia, non sarei rimasto ad attenderla qua. Abbandono l'edificio zoppicando a causa del dolore che si irradia dal fondoschiena e sale lento fino al centro della schiena. Tiro un sospiro di sollievo quando scorgo la macchina di Monique fermarsi a pochi metri da me. Mi ha trovato. I capelli arruffati, lo sguardo ambiguo e l'aspetto trasandato, di chi ha corso per essere qui senza curarsi minimamente del proprio aspetto. Con poche falcate mi raggiunge e cerca subito di avvolgermi in una stretta consolatoria.

Rincuorato, appoggio la fronte sulla spalla piccola, perso tra l'odore dolciastro dei capelli lisci sovrastati dal ricordo di quelli del demone. Monique, Yvonne. Yvonne, Monique. Un continuo susseguirsi di immagini che si intrecciano mentre la testa mi fa male. «Ti porto a casa, papà deve vedere...»

«No!» con voce malferma, roca per il dolore sordo che provo in tutto il corpo, le chiedo di portarmi nel suo studio. «Ma...» le gambe cedono e il mio peso la fa vacillare. Se non fosse stato per il palo alle sue spalle sarebbe caduta.

«Per favore» la sua presenza e consolazione sono più che sufficienti. Non voglio che altre persone mi vedano in queste condizioni, non sopporterei quello sguardo colmo di pena.

«Elias...» la sento tremare sotto di me, eppure con coraggio mi affianca aiutandomi a camminare fino alla macchina. Sento le sue mani stringere forte la base della maglia. «Eccoci qua» mormora mentre mi adagia sul sedile anteriore. La guardo a fatica, vittima di me stesso, tuttavia, quel poco che riesco a scorgere mi lascia profondamente colpito. Gli occhi lucidi trattengono a fatica le lacrime mentre con i denti mordicchia le labbra sfogando il nervosismo.

Si accerta che stia comodo prima di partire in direzione dello studio medico dove mi lascia accomodare sul divano. L'orologio scandisce il passare dei secondi e il silenzio, forse troppo concentrati sui propri pensieri. Tuttavia, in quel marasma di allucinazioni e realtà che si mescolano tra di loro, riesco a scorgere il volto contrito della figlia del capitano. «Mon...»

«Ti avevo avvisato, dannazione!» la rabbia che prova mi travolge come un treno in corsa, ma sapevo avesse ragione. Provo a sedermi, gemendo per le fitte di dolore. «Ti ho detto che eri il suo giocattolo, probabilmente ti considerava il migliore e guarda che fine hai fatto... devastato dalle tue stesse convinzioni!» scuoto la testa con vigore convinto di poterla ignorare.

«Posso ancora conquistarla, mi serve solo una spinta in più. So che mi ama e questo...- indico il corpo martoriato -...è frutto della menzogna che credevo utile» insisto osservando le ciocche lisce oscillare mentre annulla la distanza che ci divide. Si abbassa al mio livello, accarezzandomi le ginocchia con quelle mani piccole e calde.

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