19. Family lunch

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J A C E






Afferrai la camicia nera che Katy mi stava porgendo, il suo sguardo brillante fisso sulla punta delle scarpe e le guance della stessa colorazione della lava.

«Grazie per- emh- prima. Non eri tenuto a pararmi il culo.» borbottò sommessamente.

Riportò la mano lungo il fianco, in un gesto morbido.

Dopo l'uscita di scena della famiglia Miller, Katy si era rintanata in un angolino della stanza, infilandosi rapidamente un paio di jeans e una felpa marrone. Rimaneva un mistero capire come avesse fatto a sfilare la camicia da sotto, senza neppure sollevare la felpa.

Le rivolsi un'occhiata divertita.

In realtà, buona parte di me avrebbe preferito creare il panico, fingendosi infuriato con Katy davanti alla madre, ma considerando il terrore riflesso nei suoi occhi avevo stabilito che non fosse poi troppo saggia come mossa.

Anche se, comunque, avrei sfidato chiunque a vedersi scambiato per Dylan Carter e non battere ciglio.

C'era poi, più di tutto, una piccolissima parte del mio cervello che continuava a riproiettarsi alle due settimane precedenti, quando Katy, seduta sulle tribune della pista di atletica del Campus, mi aveva confidato di non sentirsi all'altezza della sua famiglia.

Non avevo compreso a pieno quale fosse l'accezione con cui intendesse quella frase, ma ero abbastanza convinto che fosse meglio non gettare altra benzina sul fuoco.

«Non sei obbligato a rimanere, anzi... Inventerò una scusa, così puoi defilarti il prima possibile.» aggiunse poi, continuando a torturare la manica della felpa, stringendola tra le dita.

Se ne stava in piedi davanti a me con lo sguardo di chi avrebbe preferito vedersi morto piuttosto che bloccato in quella situazione, e la voce tremolante.

Una strana sensazione mi strinse lo stomaco.
Forse senso protezione, forse... tenerezza.

Portai una mano a sollevare il suo mento, incastrando il suo sguardo colmo di imbarazzo nel mio.

«Non c'è problema Kat, non serve che ti senta così tanto a disagio. È stato quasi...divertente» replicai, riportando una ciocca di capelli color cioccolato dietro al suo orecchio.

Katy alzò gli occhi al cielo, scacciando la mia mano con un gesto secco, dopodiché il suo sguardo vagò per aria, prima di piantarsi a terra, sgranato, sul corsetto slacciato.

Deglutì rumorosamente, prima di schiarirsi la gola.
«Abbiamo, mmh...»

Strinsi le labbra per non scoppiare a ridere.

«No ragazzina, non abbiamo scopato» la interruppi.

«Jace!» scattò, con tono acuto.

«Che c'è, te lo dovevo dire in francese?»

Gli angoli della mia bocca si sollevarono verso l'alto, gli occhi fissi sulle sue guance morbide, tinte di rosso.
«Non, nous n'avons pas fait l'amour»

«Mais nous aurons tout le temps de le réparer» aggiunsi poi, sogghignando.

La sua piccola mano, stretta a pugno, s'infranse sulla mia spalla.

«Qualsiasi cosa tu abbia detto, smetti di fare il coglione. Anche in francese.»

Katy cercò di mantenere un'espressione seriosa, tradita però dal sorrisetto che le deformò le labbra.
Si voltò rapidamente, raccattando gli indumenti sparsi per la stanza.

Yes, Coach!Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora