13. Scars

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J O H N


L'aroma amaro del caffè si mescolò all'odore pungente dei colori a olio ancora freschi sulla tela, nella mia stanza.

Non avrei dovuto dipingere quella mattina; ero in ritardo, come sempre.
Ma la testa era un caos vorticante di problemi e l'unico modo che conoscevo per metterla a tacere, era affondare i pennelli su una superficie ruvida, spargendo sulla tela un nuovo strato di colore.

Strinsi le dita ancora sporche di vernice attorno al manico della tazza in ceramica, e il nodo che mi strozzava lo stomaco s'intensificò ancora di più, di riflesso al mio gesto.

Alex era seduto sul bordo del mio letto, le braccia incrociate e uno sguardo davvero poco rassicurante stampato sul volto infantile.

Lo guardai sottecchi, aprendo le mani attorno alla tazza, come a trattenere il calore del caffè più a lungo.

Non lo bevevo.
Non sentivo nemmeno il tepore filtrare attraverso la ceramica. Era solo un appiglio, qualcosa da stringere mentre cercavo di ignorare il modo in cui Alex mi fissava.

«Non è un problema.»
La sua voce risuonò bassa, volutamente pacata.

Sbuffai piano dal naso, sforzandomi di ribattere.

«Non è un problema per te, forse.»

Alex sospirò e si passò una mano tra i capelli.
«Katy non ha detto nulla a Jace. E sono abbastanza certo che non lo farà.»

La frase mi colpì come una pennellata stonata su una tela perfetta.

Un dettaglio fuori posto, intervenuto per rovinare drammaticamente qualcosa che aveva tutte le sembianze di essere giusto così. Magari non perfetto, ma buono.

E ora, la sensazione di imminente disastro era impossibile da ignorare.

Sentii i muscoli della mascella tendersi. «E quindi?»

Potrebbe sempre farlo, da un momento all'altro

Alex mi studiò per qualche secondo, poi si sollevò dal letto con uno scatto e si avvicinò.

«E quindi stai reagendo come se ti avesse puntato una pistola alla testa.»

«Non sto reagendo in nessun modo.»

Lui rise piano, senza divertimento. Si spostò con una mano un ciuffo di capelli castani lisci dalla fronte.
Avvertii lo scherno della sua risata fredda schiacciarmisi addosso.

«No, certo. Perché tu non reagisci mai, vero?»

Rimasi in silenzio. Era vero.
Non c'era molto da fare. E non era questione di codardia, era il modo in cui ero cresciuto.

Assorbivo, incassavo, ma non reagivo.
Mi sentivo esattamente come una tela lasciata a metà, dai tratti abbozzati, ben delineati, ma incompleti; in attesa perenne che qualcuno ci mettesse il colore giusto.

Ma nessuno li aveva mai colorati, quegli abbozzi. E alla fine, tutto sommato, mi ero abituato a vivere in bianco e nero.

«John.»

Yes, Coach!Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora