Capitolo 12

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Mariano si voltò verso le fredde mura della cella, il cuore era pesante. Sei anni di reclusione per un tentato omicidio che non aveva commesso. Grazie al cielo il sindaco si era salvato, altrimenti chissà quale condanna avrebbe dovuto scontare.

Il pensiero di Paola, dei suoi occhi pieni di preoccupazione, lo colpì come un pugno allo stomaco. La sua prigionia non era solo una punizione per sé, era un abisso che si era aperto tra lui e la sua famiglia.

Álvaro e Lucia, i suoi due bambini, sarebbero cresciuti senza la presenza di un padre. E Renata, la sua figlia adottiva, così fragile e indifesa, meritava una vita migliore di quella che stava per lasciarle.

Si sentiva un peso, un fallimento. Ogni giorno il sole avrebbe illuminato il mondo all'esterno, mentre lui, sarebbe rimasto bloccato nella semi oscurità. La cella assegnatagli non era nei sotterranei grazie a Dio; a dargli ristoro nelle cupe giornate d'inverno, ci sarebbe stata una piccola finestra munita di spesse sbarre. Non era il massimo ovviamente, ma solo il pensiero di rimaner chiuso in un sotterraneo senza né aria né luce per più di una notte, gli dava i brividi.

Un passero si posò sul suo minuscolo davanzale. Roteò la testina più volte per guardare meglio l'ospite di quella grande gabbia. Fece scorrere il becco fra le piume. Poi si scosse, agitando tutto il suo corpicino. Si mise di profilo, continuando a guardarlo con il suo occhietto vispo. Sembrava domandarsi cosa stesse facendo lì dentro e perché non fosse in grado di librarsi nel cielo.

Piccola creatura, se tu sapessi, sono vittima di un errore e non posso uscire di qui.

Cinguettò. Un suono dolce che gli ricordò momenti spensierati.

Il prigioniero sospirò profondamente.

Cosa pensi, che io voglia realmente rimanere fra queste quattro sudice mura? Pensi che possa uscire da qui quando più mi piace?

Si udirono altri uccelli cinguettare. Erano lì fuori e lo stavano aspettando.

Sembrava quasi indispettito da quella apparente inerzia.

Non guardarmi così, te ne prego. Non posso uscire, capisci? Non dipende da me. Non posso!

Il passero, non mostrando il minimo timore, cinguettò più forte e poi, con un grande balzo, se ne tornò da dove era venuto.

Vola amico mio, vola libero tu che puoi.

La frustrazione divenne insostenibile.

Tutto questo non ha senso! Dio mio, perché vuoi togliermi la libertà? Cosa ho fatto per meritarmi questa ingiustizia? Puniscimi per i miei peccati, fammi capire dove ho mancato, mostrami la strada, fai di me ciò che vuoi, ma non togliermi la libertà! Io sono innocente.

"IO SONO INNOCENTE!!!"

Gridò con tutta l'aria che aveva nei polmoni.

Dopotutto, riflettè, era a conoscenza di un probabile attentato ai danni del re e della futura regina. La rivelazione di un fatto così grave, non era forse un segno che fosse un uomo devoto alla corona e al suo paese?

Doveva agire, e in fretta. Doveva affrontare Mortiger, a qualunque costo!

Il re era in pericolo ma poteva ancora salvarsi. Doveva usare questo segreto per far leva su Felix e ottenere la libertà. Forse stava correndo troppo con la fantasia. La libertà era troppo, d'accordo, ma magari poteva ottenere uno sconto sulla pena. Doveva trovare un modo per ribaltare la situazione e tornare dalla sua famiglia il prima possibile. Non poteva perdere altro tempo.

Felix Mortiger poteva ancora essere nei paraggi. Dopotutto lo avevano appena scortato nella cella. Quanto tempo era passato? Forse 15 minuti, o 20 al massimo dal termine della sentenza.

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