L'oscurità della notte tingeva di nero le campagne circostanti.
Le stelle, così come la luna, rimanevano celate da una coltre pesante di nuvole.
La carrozza si arrestò all'improvviso.
L'irruente apertura dei chiavistelli, posti a sicurezza del mezzo corrazzato, destò Mariano dal suo torpore.
Quanto tempo era passato? E perché quell'incubo non cessava di torturarlo? Lo avevano imprigionato, messo in catene e sbattuto dentro a una vettura di sicurezza.
Ma perché Dio ce l'aveva proprio con lui? Non era forse il più osservante di tutte le persone che avesse mai conosciuto? Perché non riusciva mai a tenersi lontano dai guai? Il suo senso del dovere, aggiunto al suo smisurato istinto di protezione, lo cacciavano sempre nelle situazioni più difficili. Era fatto così dopotutto, da ché era nato. Le responsabilità lo avevano sempre braccato e lui non si era mai tirato indietro. La piccola Renata ne era un esempio. Un'incombenza che una notte aveva bussato alla sua porta, ma che allo stesso tempo gli aveva procurato un'immensa gioia. Sua sorella era apparsa sull'uscio di casa con un fagotto ricoperto di stracci fra le mani e lui non aveva esitato.
"Tenetela voi! Vi prego!" aveva detto Estrella, e sempre lui l'aveva presa fin da subito tra le braccia, così piccola, così indifesa. Non aveva mai più smesso di amarla.
Insieme alla bimba vi era anche una lettera, molto logora e stropicciata in realtà, che la madre di Renata aveva tenuta stretta fra le mani durante tutto il travaglio. Fino alla fine della sua esistenza. Quel pezzo di carta era l'unica testimonianza dell'amore che aveva dato origine a quella vita così sfortunata. Erano semplici parole di un innamorato:
Elaia, amore mio, aspettami questa notte sotto il grande albero di melograno.
Tuo per sempre
A.
Ma la donna era morta sola, le disse Estrella. Durante il parto, continuò a raccontare sua sorella, lo sguardo della poveretta rimase fisso in direzione delle scale che davano accesso alla cucina. Qualcuno avrebbe dovuto fare la sua comparsa, la giovane madre ne era certa, ma da quei gradini non scese mai nessuno. E così quegli occhi persi nel vuoto, rimasero tali anche dopo la morte. Sembravano ancora in attesa, anche quando tutto era compiuto, e c'era silenzio, e non c'era più una sola goccia di vita nelle sue vene.
Renata era dunque il frutto di un amore sfortunato, una piccola creatura che necessitava di una famiglia che le volesse bene. Questo gli bastava sapere.
La madre era morta e il padre non aveva potuto, o più certamente non aveva voluto, assumersi la responsabilità di quel piccolo e dolce fardello. Tutto quello che sapeva dell'unico genitore superstite era la sua iniziale "A", e la sua probabile appartenenza all'alta società. Qualcuno che aveva a che fare con la nobiltà, qualcuno che frequentava le magnifiche stanze del palazzo reale. Il sigillo in cera lacca, posto a chiusura del messaggio scritto sul foglio, lo indicava chiaramente.
"Scendi farabutto!"
La guardia fece sussultare Mariano con una pedata sulla panca in ferro.
I portelli si aprirono.
Un manipolo di guardie sull'attenti lo attendeva sul piazzale di una grande costruzione austera. In parte fu rasserenato da quella visione. Per tutto il viaggio la sua mente aveva creato immagini di soldati armati che facevano fuoco sulla sua persona incatenata davanti a un muro. Un'esecuzione in piena regola. Erano tempi quelli dove la giustizia mieteva vittime su chiunque avesse idee rivoluzionarie.
Scese dalla carrozza non senza difficoltà con le catene ancora ai piedi. Come ebbe toccato terra, fu immediatamente sollevato da due energumeni che lo condussero davanti al portone in ferro di quella che, indubbiamente, era una prigione.
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La strega di Eibar
Mistério / SuspenseLa figlia illeggittima del Re di Spagna Alfonso XIII deve morire. Renata, la bimba sopravissuta, sembra avere un particolare legame con il mondo dei morti da cui è miracolosamente riuscita a fuggire. Felix Mortiger, uomo senza scrupoli al servizio d...
