Capitolo 14

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Madrid, 30 maggio 1906

Il giovane Mateo Moral giunse finalmente alla stazione di Madrid nel tardo pomeriggio.

I giorni laboriosi precedenti il suo viaggio, li aveva trascorsi nella città di Barcellona.

Francisco Ferrer y Guardia, con la sua "Escuela Moderna", aveva infiammato le menti dei giovani anarchici di tutto il paese. Mateo Moral, studente brillante, di buona famiglia, capace di parlare perfettamente l'inglese, il tedesco, e ovviamente lo spagnolo, era uno fra questi.

I compagni con i quali condivideva le stesse idee sovversive, pensatori provenienti da ogni angolo della Spagna, lo avevano incoraggiato a proseguire con il piano già ampiamente discusso. Tutti i suoi più stretti collaboratori riponevano in lui un'immensa fiducia; l'attentato ai danni del re, avrebbe finalmente scosso l'opinione popolare.

Si era scelto, tutti insieme, un giorno simbolico, la data delle nozze dell'usurpatore Alfonso XIII e la principessa Vittoria di Battenberg. Quello sarebbe stato il giorno decisivo, il giorno che avrebbe cambiato per sempre il corso della storia.

Inizialmente aveva avuto l'idea di fingersi un giornalista tedesco per poter accedere nel Monastero Reale di San Jerónimo, ma la notizia della massiccia presenza della guardia civil, lo aveva costretto a cambiare le carte in tavola. Doveva lanciare la sua bomba, con meccanismo Orsini, nel momento di maggior vulnerabilità del re, ovvero, quando la carrozza reale si fosse trovata in mezzo alla folla esultante per le vie principali di Madrid.

Era nato a Sabadell, un comune spagnolo situato nella Catalogna, dove ormai non faceva ritorno da parecchio tempo

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Era nato a Sabadell, un comune spagnolo situato nella Catalogna, dove ormai non faceva ritorno da parecchio tempo. Non si trovava più a suo agio fra le mura di quella casa borghese dove era nato e cresciuto. I suoi genitori non erano capaci, o più semplicemente non volevano comprendere, il dramma economico che stava inghiottendo le classi più disagiate.

Non era mai stato un indigente, e né tantomeno aveva mai sofferto la fame, tuttavia il suo sentimento di vicinanza nei confronti dei più poveri, lo aveva sempre accompagnato da tutta la vita. Aveva sempre vissuto nel benessere. La fabbrica tessile del padre si era sempre rivelata una certezza economica per tutta la famiglia, una florida attività che aveva rimpinguato le loro tasche, e ovviamente, riempito a dovere il loro stomaco.

Le inutili e tediose discussioni a tavola con il capofamiglia, lo avevano fatto desistere dal conversare di temi politici e sociali. Il padre non era in grado di comprendere la reale situazione in cui versava il paese, era cieco e sordo rispetto alla povertà dilagante che stava stringendo il collo dei più bisognosi.

L'ingente disponibilità economica sembrava non poter scalfire quella tranquillità familiare. Il padre era null'altro che un ingenuo, non un uomo cattivo, questo mai, ma piuttosto un anima incapace di guardare al di là del proprio naso.

Tutti i suoi operai godevano ancora di un salario più che dignitoso, ripeteva sempre, e mai si sarebbe sognato di negare loro il giusto compenso. Ma quanto poteva durare questa farsa? Le vendite erano crollate drasticamente negli ultimi anni; la merce rimasta invenduta veniva stipata nei magazzini, giorno dopo giorno. La realtà, che i suoi non riuscivano ad accettare, era l'ormai prossimo fallimento dell'attività. Ma nonostante questa catastrofe si facesse sempre più concreta, era certo del fatto che suo padre si sarebbe sparato in pieno petto, piuttosto che deludere i suoi dipendenti.

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