Capitolo 23

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(...continua)

La casa era immersa nel silenzio.

L'orologio a pendolo scandiva i secondi, lenti e inesorabili.

Felix avanzava nei corridoi senza fare rumore, i passi attutiti dal tappeto consunto. L'ombra tremolante della sua candela si allungava sulle pareti. L'aria era ferma, stagnante, intrisa dell'odore di cera sciolta.

Si fermò davanti alla porta, quella dello studio di Gaspar Mortiger.

Esitò per un istante, il fiato corto. Poi allungò la mano, sfiorando la maniglia di ottone. Era fredda, troppo fredda.

Inspirò piano e la spinse.

La porta si aprì senza rumore.

La tenue luce della luna entrava di taglio dalla finestra.

L'odore dentro la stanza sapeva di cuoio invecchiato, carta, polvere.

Le pareti erano rivestite di scaffali colmi di libri rilegati in pelle. Tutti trattavano di guerra, di tattiche sul campo, di battaglie gloriose, testimonianze di un uomo che aveva vissuto per il dominio e la disciplina.

La scrivania di mogano troneggiava in mezzo alla stanza. Un calamaio con la penna d'argento. Una pila di lettere chiuse con il sigillo della casata. Un orologio da taschino, fermo su un'ora che nessuno avrebbe mai più aggiornato.

Felix avanzò piano. Ogni fibra del suo corpo gli diceva di andarsene, ma l'odio che provava per quell'uomo lo spronò a continuare.

I suoi occhi si posarono sulla poltrona reclinata accanto alla scrivania.

Lì dormiva suo padre ormai da parecchio tempo, qualche stanza più in là rispetto a quella padronale che aveva condiviso con sua moglie.

Gaspar Mortinger era immobile.

La schiena dritta, la testa leggermente inclinata di lato, le mani poggiate sui braccioli.

Felix rimase fermo. Un brivido gli attraversò la schiena.

Era lì per porre fine al suo più grande tormento.

Lo aveva immaginato in decine di modi, ma il cuscino era l'arma perfetta per soffocare i demoni del suo passato. Silenziosa, efficace.

Aveva già visto quella scena nella sua mente, più e più volte. Le mani che affondavano nel tessuto imbottito. Il corpo di Gaspar che si agitava, le gambe che scalciavano nell'aria, e poi il silenzio. La sua ultima battaglia persa, l'ultimo respiro strappato proprio da chi non avrebbe desiderato altro che una sua carezza, un abbraccio.

Felix abbassò lo sguardo. Il cuscino era lì.

A pochi passi dalla poltrona.

Inspirò lentamente, si chinò e lo raccolse.

Il tessuto era morbido, la seta fresca sotto le dita.

Un solo movimento e tutto sarebbe finito.

Si bloccò.

Il padre lo stava fissando nel buio!

L'espressione era sbigottita, come se chiedesse ragioni della sua presenza a quell'ora della notte.

Felix deglutì. Per un attimo tornò il bambino di una volta, quello che se la faceva sotto quando capiva che il padre stava per perdere le staffe.

"Perdonami padre, io..."

I suoi occhi continuavano a fissarlo. Vitrei, immobili, spalancati. Due voragini bianche nel buio della stanza.

Felix rimase paralizzato.

La bocca di Gaspar era leggermente socchiusa, come se stesse per parlare. Come se avesse già capito tutto.

Aveva visto suo figlio entrare furtivamente nel suo studio.

Aveva visto il cuscino.

Indietreggiò di un passo, poi un altro.

Eppure non diceva nulla. Non si muoveva. Non faceva il minimo gesto per difendersi.

Felix cercò disperatamente una risposta nella sua testa, il panico offuscava i suoi pensieri. La stanza gli girava attorno. I polmoni si rifiutavano di funzionare.

Poi, nel gelo assoluto di quell'istante, un pensiero si fece largo nella sua testa.

E poi capì.

Era morto.

Morto.

Un tremito gli attraversò le gambe. Il cuscino gli scivolò dalle mani, atterrando con un tonfo ovattato sul tappeto.

L'orologio a pendolo batté un colpo.

Poi un altro.

E un altro ancora.

Felix fece un passo indietro, il battito nelle tempie assordante. Il mondo intero sembrava essersi ristretto in quella stanza.

Sentiva il peso del passato avvolgerlo, stringersi attorno al suo petto come un cappio invisibile.

Doveva andarsene.

Subito.

Si voltò di scatto, uscì dalla stanza e chiuse la porta con un colpo secco.

Si ritrovò nel corridoio, il respiro irregolare. Si appoggiò alla parete, le mani tremanti.

La casa era silenziosa.

Troppo silenziosa.

Quello sguardo vuoto nel buio della notte lo avrebbe perseguitato. Per sempre!

Felix si passò le mani sul viso, poi scivolò lungo la parete fino a sedersi a terra, la testa china tra le ginocchia.

Fu in quel momento che capì.

Suo padre, o meglio, Gaspar Mortiger aveva vinto.

Anche da morto.

La strega di EibarDove le storie prendono vita. Scoprilo ora