La figlia illeggittima del Re di Spagna Alfonso XIII deve morire.
Renata, la bimba sopravissuta, sembra avere un particolare legame con il mondo dei morti da cui è miracolosamente riuscita a fuggire.
Felix Mortiger, uomo senza scrupoli al servizio d...
Il sangue era ovunque. Si insinuava nelle crepe della strada. Imbrattava le mani tremanti dei feriti. Correva lungo i volti delle guardie che si muovevano freneticamente per contenere il caos. Ricopriva il manto dei cavalli distesi a terra. Si addensava in minuscole pozze qua e là sul selciato. Persino il candido abito della regina Ena mostrava delle macchioline rosse che gridavano l'orrore del momento.
Per un attimo che parve eterno, Alfonso XIII non fu in grado di udire nulla. Il boato dell'esplosione, così vicino alla carrozza reale, continuava a rimbombargli nella testa. Un fischio ininterrotto nelle orecchie gli impediva di sentire le parole che le guardie cercavano di comunicargli con insistenza: "Sta bene?" oppure "Non preoccupatevi, è tutto sotto controllo". Frasi che riusciva a decifrare solo guardando i loro movimenti labiali.
Ena, ancora seduta accanto ad Alfonso, tremava visibilmente, e si aggrappava alla sua figura come un'ancora. I suoi occhi sbarrati sembravano quelli di una bambina smarrita. Ma chi poteva biasimarla? L'esplosione aveva colto tutti quanti di sorpresa.
Felix Mortiger, in sella al suo cavallo, impartiva ordini con la precisione di un uomo abituato al comando. Alfonso lo osservava ammirato; orchestrava le operazioni di sicurezza senza indugi e con fare imperturbabile. Un uomo che non temeva nulla, o almeno così sembrava. Ma non doveva essere il colonnello a tranquillizzare il suo popolo. Lui era il re, e doveva dimostrarsi degno del ruolo che ricopriva. Non poteva starsene rinchiuso nella carrozza. Doveva intervenire, anche solo facendosi vedere tra i feriti. Un suo gesto sarebbe valso più di mille parole. Non c'era tempo per dubitare.
Guardò nuovamente Ena, ancora aggrappata al suo braccio.
"È tutto a posto" mormorò per tranquillizzare più sé stesso, che sua moglie.
Aprì la portiera e saltò giù, ignorando le voci preoccupate delle guardie.
L'aria entrava prepotentemente nei polmoni, sapeva di polvere e di morte.
I suoi stivali, lucidati a specchio, affondarono nel sangue che inondava il selciato. Si fermò in mezzo alla strada, tra i corpi e le macerie, volgendo lo sguardo verso la folla terrorizzata.
Il suo volto, scrissero i giornali compiacenti del tempo, si mostrò freddo e lucido davanti al pericolo.
Ma se qualcuno avesse potuto leggere nella sua mente, avrebbe scoperto una realtà ben diversa: il terrore e lo stupore di un giovane incapace di comprendere la motivazione di tanta efferatezza. Non bastava essere re per suscitare amore e rispetto nei confronti del popolo. Tra tutta quella gente, c'era anche chi lo disprezzava.
Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.
Si guardò attorno. Un uomo stava togliendo le briglie da un cavallo disteso al suolo. Un ultimo spasmo del povero animale gli fece sbattere violentemente il muso sul selciato. Il rumore sordo si propagò nell'aria. Un uomo, elegantemente vestito, portava in braccio la sua bambina coperta di sangue. Un soldato, con la gamba spezzata in più parti, si trascinava in terra, lasciando dietro di sé una lunga striscia di colore rosso acceso. Il terrore e lo smarrimento risiedeva negli occhi sgranati degli astanti.