Capitolo 30

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Il canto del gallo si levò debolmente nella penombra del dormitorio, annunciando l'inizio di una nuova giornata.

La piccola Renata rimase per un istante supina, con le mani incrociate sul petto e gli occhi fissi sulle travi in legno del soffitto. Tracciò il segno della croce sul proprio esile corpo, con le labbra appena socchiuse. "Grazie, Signore, per la notte che mi hai concesso. Guidami oggi, anche se sono piccola e ignorante. Fa che non ti dispiaccia nulla di ciò che penso o faccio". Mentre indossava il vestitino, con le mani tremanti dal freddo, la sua mente ripeteva: "Il Signore e l'angelo custode sono qui con me"

Il pavimento era gelido sotto i piedi scalzi, ma nessuna lamentela varcava le sue labbra, né tantomeno quelle delle altre bambine. Il sacrificio era parte del cammino. Le regole non si discutevano, si accoglievano come la pioggia o il sole, con docilità e rassegnazione. Le parole di suor Beatriz riecheggiavano nella sua mente.

Il corpo andava lavato e purificato ogni mattina come le avevano insegnato: lavato con l'acqua, dono sacro del Signore onnipotente, e purificato con la preghiera, che saliva come incenso invisibile al cielo. Il corpo non era suo, non le apparteneva. Era fragile, terreno, anche se abitato da qualcosa di non comprensibile ed eterno. Apparteneva a Dio, come ogni altro frutto su questa terra. 

Pronta per affrontare la giornata si avviò verso la cappella. Inginocchiata fra le altre, Renata teneva gli occhi chiusi, attenta a non distrarsi. Ogni parola della lode mattutina pesava come una pietra nella sua coscienza, e scorreva dentro di lei con la lentezza dell'acqua di fiume. In quei momenti chiedeva soltanto di poter essere amata, o almeno, di non essere vista come un errore.

Terminata la preghiera si poteva finalmente consumare la colazione. L'odore delle pagnotte calde riempiva l'aria del refettorio. Uno sciame di vesti scure prendeva posto lungo le tavolate. A ciascuna sorella era riservata una sottile fetta di pane nero. A volte nel piatto si poteva trovare anche una cucchiaiata di marmellata, o di burro, ma quella mattina purtroppo, non ve ne era traccia. Aveva imparato ad apprezzare il tè, amaro, una bevanda tiepida che dava ristoro nelle ore più fredde del mattino. Lo zucchero, dalle più anziane considerato come un innocente peccato di gola, era riservato solamente per le occasioni speciali o nei giorni di festa. Sentì lo stomaco brontolare. Nella penitenza e nella privazione Renata donava tutta se stessa al Signore dei cieli e della terra.

Finita la colazione Renata si trattenne qualche istante nel chiostro. In quel momento di quieta riflessione, mentre il cielo cominciava appena a rischiararsi, udì un rumore di passi alle sue spalle. Isabel, Elena e Clara si muovevano sempre insieme. Dove c'era l'una, c'erano inevitabilmente anche le altre. Avrebbe voluto condividere con loro la sua esistenza all'interno del convento. Una parola, un sorriso, persino una punizione. Ma ormai aveva compreso che non sarebbe mai stata accettata. Era consapevole di avere le sue colpe. Quando fu accolta all'interno del convento, non fece granché per farsi accettare dalle tre bambine, anzi. Vi era stato un tempo in cui anche Elena, la più arcigna del gruppo, aveva tentato un approccio amichevole nei suoi confronti; ma i suoi silenzi, il suo ritrarsi a ogni gesto di affetto, l'avevano fatta apparire come una bambina problematica, all'apparenza debole, con qualche tara mentale probabilmente, e quindi facile da mettere in disparte e schernire. 

 

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⏰ Ultimo aggiornamento: Jun 08, 2025 ⏰

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