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||Jeremiah||

Ho da poco finito di chiudere l'edicola di mio padre, è stata una giornata al quanto stana. Un'afroamericana ha fatto irruzione nel negozio con una pelliccia più grande di lei e un taglierino in mano. Ho temuto per la mia vita, ed è già la seconda volta in due settimane che rapinano in edicola e sinceramente senza mio zio non è molto facile affrontare il tutto.
Mi sono calmato solo quando l'ho sentita nominare il nome di mio zio.
Ha una voce rude ma accatturante, i suoi occhi sono color cioccolato e grandi, le sue labbra sono piene e degne di un viso africano -sempre se lo è-.
È particolare nel suo genere, ha diversi tagli in viso ma ciò non la scredita. Non l'ho mai vista prima di oggi, -a parte il fatto che sono nella Northern Side- io non sono di qui. Il Jersey è la mia città, lì non ci sono differenziazioni razziali e cose del genere.. Lì tutti hanno gli stessi diritti, ognuno è quello che è per i sacrifici che ha fatto nella vita. Ora io sono qui solo per le vacanze invernali e per stare vicino a mio zio che da poco si lamenta delle continue rapine. Ciò che guadagna, quelli del Southern glie lo rubavano.

Sono poco più delle nove e mi sto avviando verso casa, come al solito verso quest'ora le strade sono vuote perché i delinquenti della Lower vengono e fanno baldoria qui spaventando tutti.
Come tutti i giorno, per tornare a casa faccio la strada principale e passo davanti al gran distributore di benzina e alla fermata dell'autobus.
Accendo lo stereo e canticchio le note di Freedom di Pharrel Williams. Quanto amo i cantanti afroamericani, mettono più passione nelle canzoni.. O meglio a me sembra così.
Ad un tratto mi accorgo di qualcosa -o meglio qualcuno- di pelliccioso seduto sulla panchina della fermata.
Mi rendo conto di chi è sorrido istintivamente e accosto accanto a lei, abbassando il volume della radio e il finestrino.
La notò più che agitata con le lacrime agli occhi, aggrotto la fronte preoccupato probabilmente sta morendo di freddo.
Scendo dalla macchina guardandomi intorno e assicurandomi che nessuno mi abbia visto.
«Sei la tipa di oggi pomeriggio!» ha gli occhi chiusi e borbotta qualcosa, si è rannicchiata ancora di più portandosi le ginocchia al petto. Mi avvicino di più e le tocco la spalla ma lei grida «No! Non toccarmi» le lacrime le scendono sul viso e mi sento quasi male per lei.
«Ehi, ehi sono io! Il nipote di Robert!»
lentamente apre gli occhi e mi fissa come se fossi strano, rimane a bocca aperta come oggi pomeriggio e io inarco il sopracciglio.
«Tutt'okay?» esce dal suo stato di trans e tossisce asciugandosi le lacrime e tornando impassibile come prima. «Si.» taglia corto senza guardarmi più in faccia.
«Cosa ci fai a quest'ora qui?» le chiedo con calma per non scaturire la sua aggressività.
«Sono nella fermata dell'autobus e aspetto mamma che mi compra le caramelle» dice sarcastica ma con voce tagliente. Sorrido per quello che ha detto e la noto tirare gli occhi all' in sù.
«Afferrato il concetto. Sono alle otto e mezza, non passerà più  niente fino a domani mattina» la informo guardando l'orologio.
«ma non è possibile! Il mio autobus è da oggi pomeriggio che non passa!» mi urla contro come se fossi il colpevole e quella voce così rude mi eccita all'istante.
«Mi dispiace ma non posso farci niente» le rispondo con improvvisa voce roca. Lei sbuffa e si alza andandone verso destra.
«Ehi aspetta! Posso darti un passaggio!» non posso lasciare una ragazza a quest'ora da sola per strada lontana da casa.
«Vivo lontano» mi dice ma senza guardarmi negli occhi come oggi pomeriggio «Non ho fretta, dove vivi?» le chiedo cerando di essere cordiale «Semplicemente lontano! Me la farò a piedi. Dovrei arrivare per dopodomani.. Me ne farò una ragione» alza le spalle e continua a camminare.
«Ma non dire stupidaggini! Ho la macchina e qui fuori si gela! Sali non ti faccio niente!» si rigira improvvisamente e mi guarda negli occhi poi sospira rumorosamente «Non so perché lo fai ma okay. Ho freddo e sinceramente non voglio diventare un ghiacciolo.» avanza verso di me e si apre lo sportello di dietro «Passa avanti per favore» non so perché l'ho detto. La voglio accanto a me e non accetterò un no come risposta. Fortunatamente lei non si è opposta ed è salita davanti, faccio come lei e mi metto alla guida.

In macchina c'è tensione, lei non parla si limita ad ammirare il panorama dal finestrino e io ogni tanto la guardo. Anche di profilo è particolare, sembra quasi uno strano quadro.
Accendo la radio per smorzare la tensione e la voce tenebrosa di Louise Armstrong in What a Wonderfull World riecheggia nell'aria. La vedo rillassarsi in un primo momento per poi aggrottare la fronte «Louise Armstrong è nero» mi fa notare «Perspicace»  mi limito a dire sorridendo ma senza staccare lo sguardo alla strada. Le vie sono buie e solo i lampioni illuminano la strada. «Mi vuoi dire come ti chiami?» ero curioso di sapete quale fosse il suo nome. «Non capisco perché lo vuoi sapere tanto. Non sono tenuta a dirti il mio nome anche perché non ti conosco» certo ma sei salita nella mia macchina.. «Non pensi sia cortese dirmelo visto che ti sto dando un passaggio e non arriveremo prima di un'ora?» le faccio notare e la sento sospirare «Esther McGreen» che nome... Biblico come il mio, interessante. Non intendo replicare.

***

È passata  mezz'ora e sono quasi vicino al Lower, ho così paura di immischiarmi tra i ragazzi di colore perché qui hanno tutta un'altra mentalità, ma devo perché di certo non la posso lasciare per strada di notte e soprattutto qui.
Fortunatamente si è addormentata così posso ammirarla per bene, per lasciarla tranquilla ho spento lo stereo.
Ad un tratto il mio cellulare si mette a squillare e io lo prendo dalla tasca per rispondere: è mio padre.
"Pronto zio?" Faccio roteare gli occhi
"Jeremiah dove sei?" Mi chiede con tono burbero "Esco con vecchi amici e ci fermiamo in un motel, torno domani" sinceramente non so se riuscirò a tornare a casa sano e salvo ma ci proverò.
".. Okay ma stai attento. Poi parleremo di affari al tuo ritorno" mi disse con tono arreso "Si zio.. Buonanotte".
"Notte...".

Mancano dieci minuti per entrare nella Lower e l'ansia mi assale. Esther sta dormendo ma noto il suo volto disturbato. Ha una ruga sulla fronte e il volto imbronciato.
«Non mi toccate!» dice ansimando, credo stia avendo un incubo «Levatemi le mani di dosso!» si sta dimenando e calciando «Non lo fare! No! No!» urla con le lacrime agli occhi, devi assolutamente aiutarla, deve svegliarsi. Accosto subito la macchina.
«Esther svegliati!» le sussurrò ma lei continua a dimenarsi e a piangere «Esther sveglia» le dico toccandole la testa coperta da una bandana.
«Piccola svegliati» dopo l'ultimo urlo si sveglia saltando.
Ha aperto gli occhi e si guarda intorno, ha il respiro affannoso e  le lacrime che le ricoprono il viso, sta ancora piangendo ma più forte. Mi levo la cintura di sicurezza e la tiro verso di me, quel gesto spontaneo ha sorpreso anche me. Lei ricambia l'abbraccio piangendo sulla mia giacca «È tutt'okay.. Calmati» le ripeto e lentamente si calma riaddormentandosi sul mio petto. La sensazione è così piacevole, la ragazza dura di oggi pomeriggio sembra improvvisamente scomparsa, adesso ho davanti una ragazza impaurita e tormentata dagli incubi e mi dispiace.
Guido con una mano sul volante e con l'altra sulla sua testa, penso debba restare così per non avere altri incubi, funziona.

Above Boundaries (Oltre i Confini)La tua prossima ossessione. Scoprilo ora