Chapter fourteen.

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Tamachi, stato di Korijotai. 2 febbraio, ore 22.35


Akemi era lì fuori, sul pianerottolo, davanti alla sua porta.

Era pallida, stravolta e tremava vistosamente.

«Akemi, che succede?», chiese lui, preoccupato nel vederla in quello stato.

Lei, che si stringeva il braccio destro con la mano opposta, alzò gli occhi, gonfi di lacrime e terrore: «Non riesco a dormire. Ho paura...»

Gli fece pena vederla così sola e indifesa, quindi Shoto credette che l'unica soluzione per tranquillizzarla, fosse quella di starle accanto il più possibile.

«Vieni dentro.», le disse, si pose di schiena alla porta e la fece passare.

Lei camminava lentamente, e quando giunse al divano su cui lui aveva riposato un attimo prima, se ne impadronì e ci si accomodò sopra con una certa fretta. Sfilò le ciabatte, puntellò le piante dei piedi sulla seduta e abbracciò le ginocchia nascondendoci la fronte in mezzo.

Shoto chiuse la porta e la raggiunse con una certa apprensione: «Ti va qualcosa da bere?»

«Sì, purché sia bello forte.»

Quella sua risposta riecheggiò dal rifugio di gambe in cui lei si era nascosta, come se si fosse rinchiusa in una caverna.

Nel minibar in dotazione, giacevano intonse alcune boccette di vodka, gin e una bottiglia di prosecco di media grandezza.

«Che cosa ti offro?», incalzò lui, stringendo tra le mani tutti gli alcolici per il collo.

Akemi sollevò il mento dalle proprie ginocchia e lo guardò: «Tutto. - ordinò - Porta qui tutto quanto.»

Lui acconsentì e prese un secondo bicchiere dal vassoio, raggiungendo la sua ospite. Sistemò le bevande sul tavolo di fronte a loro e stappò tutto.

Akemi afferrò il collo della bottiglia verde di bollicine bionde e la bevve fino all'ultima goccia, senza nemmeno degnare di uno sguardo il bicchiere luccicante che era stato preso apposta per lei. Con due lunghe sorsate, diede fondo al vetro e si pulì le labbra: «Lo so che mi vuoi dire... - lo anticipò - Non lo faccio mai, ma stasera ne ho bisogno. Lasciami fare.»

«Non mi sarei mai permesso di dire qualsiasi cosa.»

E per farle compagnia, si sorseggiò un po' di vodka, mentre Akemi, passò direttamente al gin, che fece la stessa fine del colpo precedente.

«Che cosa ti turba, precisamente?»

Voleva cercare di capire, di farla parlare e sfogare. Si vedeva quanto ne avesse bisogno.

Ma ottenne solo una scrollata di testa, che poteva essere interpretata come un cenno negativo di chi, non si sentiva ancora pronto a liberarsi di quel peso insopportabile che aveva persino sfiorato il suo organo pulsante tanto era enorme.

Il silenzio rimbombò quindi da una parete all'altra della camera, colpendo entrambe le persone sprofondate sul divano.

Akemi era lì da circa venti minuti e le bottiglie di alcol che aveva appena bevuto erano sparse sul tavolino vicino ai suoi piedi, anch'essi appoggiati lì sopra dopo che aveva deciso di stendere le gambe per stare più comoda.

Shoto aveva bevuto insieme a lei, ma con più attenzione, e guardava il soffitto bianco con un certo interesse.

Non aveva intenzione di aprire bocca a meno che non fosse stata lei a farlo, ma finalmente, quel momento, arrivò: «Tu credi che io sia ridicola?», gli chiese lei all'improvviso.

𝑩𝒐𝒅𝒚𝒈𝒖𝒂𝒓𝒅𝒔Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora