Nella stanza c'erano un sacco di vestiti: sparsi sul letto, per terra, sulla scrivania.
<<Dici che piacerà a Marco? E ai tuoi?>>
Jackie fece un giro su se stessa mentre la gonna che indossava si allargava in una ruota.
La osservai con occhio critico: il vestito viola si abbinava perfettamente al giubbino di jeans nero, intonato agli stivali alti poco sotto il ginocchio.
<<Stai benissimo e fidati, mamma e papà non sono quel tipo di persone che giudicano gli altri da come si vestono.>>
<<E se da oggi lo facessero? Se io non gli fossi simpatica? Marco e io saremmo come una coppia in quei film romantici, dove la madre di lui si oppone all'amore tra il figlio e la sua anima gemella!> disse con tono tragico.
<<Davvero pensi che mia madre sia una cattiva delle fiabe?>> le chiesi ridendo. Ma vedendo la faccia ancora più preoccupata della mia amica, mi affrettai ad aggiungere: <<Dico sul serio, vai bene così come sei, piacerai ai miei>>
Jackie mi ringraziò buttandomi le braccia al collo.
<<Andiamo o faremo tardi.>> dissi staccandomi da lei.
Uscimmo dalla stanza ritrovandoci in quello che si poteva definire un salotto, anche se fungeva anche da cucina e camera da letto per il padre della mia amica.
La cosa che avevo capito subito andando ad abitare li, era che esistevano due tipi di appartamenti: quelli per ricchi e quelli per gente "normale". Io abitavo in uno che apparteneva alla prima categoria, mentre Jackie alla seconda. Mi vergognavo a pensarlo, ma ero grata di appartenere "all'alta società".
Ogni mattina infatti Jackie, doveva farsi quasi un'ora di viaggio in metropolitana ogni mattina per arrivare a scuola, dato che abitava a Brooklyn nella zona di Bedford.
Il padre mi salutò con aria stanca, baciandomi su entrambe le guance.
Jackie mi aveva spiegato che lavorava di notte e che quel giorno si era svegliato prima per vedere la figlia pronta per conoscere la famiglia del suo ragazzo.
I suoi si erano separati quando lei aveva tre anni; ora la madre abitava a Los Angeles, e Jackie la vedeva solo alle feste comandate.
<<Ti sbagliavi sai?>> esordii mentre le porte della metro si richiudevano davanti al nostro naso.
Lei mi guardò confusa.
<<Riguardo a Kevin. Non è stato lui, ne ho avuto le prove.>>
<<E se fossero falsificate?>>
<<Sono assolutamente autentiche, comandate.>> la rassicurai.
Lei si mise a ridere.
<<Quindi ora pensi di metterti insieme a lui?>> mi chiese dopo un po' di silenzio.
<<Cosa? No...>>
Si capiva benissimo che mentivo, ma a dire la verità non avevo mai pensato di stare insieme a lui in quel senso; o quanto meno non fino a quel pomeriggio.
<<Perché vedi, se tu lo volessi io ti appoggerei.>>
Mi girai incredula verso di lei.
<<Chi sei tu e cosa ne hai fatto della mia amica?!>> gracchiai con voce profonda.
<<Cosa?! Insomma, porca vacca Anna! Ha escogitato un piano apposta per dimostrarti quanto lui ci tenga a te. Cosa che mi sembra ben oltre le sue capacità mentali.>>
Le tirai una gomitata e lei scoppiò a ridere buttando indietro i capelli castani.
<<Ha superato ogni mia aspettativa.>> concluse soddisfatta.
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Ore 15.15...Esprimi un desiderio.
Teen Fiction"Quello che mi preoccupava veramente era come avrei fatto io a sopravvivere in un mondo completamente diverso da quello in cui ero abituata, con nuove persone che parlavano una lingua diversa dalla mia, timida e insicura com'ero. Il fatto era che po...