17. On the road

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Marlene richiuse con un gesto secco la capiente borsa preparata per il viaggio, poi si lasciò cadere sul letto e sospirò. Quella notte aveva dormito per appena qualche ora e il suo sonno era stato agitato per quasi tutto il tempo. Il pensiero di rivedere suo padre dopo circa quattro anni le aveva messo addosso un'agitazione mai provata prima e l'idea che avrebbe dovuto affrontare il ritorno a casa, in quei luoghi da cui aveva preferito fuggire per non stare più male, senza avere accanto Andrew e il suo sostegno, rendeva tutto più complicato. Aveva sentito il suo ragazzo al telefono la sera prima, come succedeva tutte le volte che non dormivano insieme e lui, tra una chiacchiera e l'altra, si era scusato per quel cambio di programma, per quell'imprevisto lavorativo che non gli avrebbe permesso di accompagnarla a Portland come promesso e, infine, le aveva anche confermato le parole di Julian: sarebbe stato proprio il cuginetto a fare il viaggio insieme a lei, era tutto sistemato. Sistemato. Peccato che lei, invece, non la pensasse affatto così. Prima le faceva una scenata coi fiocchi, poi la consegnava di persona nelle mani dell'uomo che più odiava al mondo e di cui, tra l'altro, aveva sempre dichiarato di non fidarsi. Proprio non riusciva a spiegarsi cosa fosse passato per la testa di Andy nel momento in cui aveva preso quella decisione, sapeva solo che, se avesse continuato a nuotare dentro il mare di incoerenza che la circondava, sarebbe di sicuro impazzita. E, forse, era già successo.

Si rimise in piedi e, indossato il suo piumino bianco, diede un'ultima occhiata all'immagine riflessa nello specchio. Aveva tentato di migliorare l'aspetto del suo viso con un trucco leggero, legato i capelli in una coda alta e scelto un abbigliamento piuttosto comodo per il viaggio, jeans attillati, una maglietta rosa e scarpe da ginnastica, ma non si sentiva per niente soddisfatta di ciò che vedeva. Era stanca fisicamente, la testa le pesava e il suo umore era più nero del solito.

Se il matrimonio non fosse stato così vicino, probabilmente non sarebbe più partita, non quel giorno e, soprattutto, non in compagnia di Julian. Il solo pensiero che, di lì a poco, lo avrebbe rivisto ancora, che sarebbe stata costretta a passare tante ore con lui e a soffocare i sentimenti che nutriva nei suoi confronti, la faceva sentire in debito di ossigeno. Per quanto volesse bene a suo padre e le facesse piacere poterlo rivedere, già pensava a quando tutto sarebbe finalmente finito e non avrebbe più sentito addosso il peso di quell'inquietudine.

Indossò la borsa a tracolla e uscì di casa. Scese i gradini piuttosto in fretta, ma quando si rese conto che la Mustang era già lì ad aspettarla rallentò improvvisamente il passo, sentendo le gambe farsi di piombo.

Julian la vide arrivare e scese dall'auto. Indossava dei jeans anche lui e una maglietta nera che spuntava appena dal girogola aperto del giubbotto di pelle.

Perché? Perché è così sexy?, si chiese Marlene, mentre le gambe erano passate dal piombo alla gelatina. Il ragazzo le andò incontro intento a salutarla, ma lei deviò in direzione del bagagliaio fingendo totale indifferenza.

«Buongiorno, splendore!» esclamò lui, ironico, mentre le si affiancava per aprire il portellone. Aveva colto al volo l'espressione tirata che Marlene aveva sul viso, era pallida e sembrava sul punto di esplodere e sputargli addosso ciò che di più maligno le stesse passando per la testa. «Pensi di tenere il muso per tutto il tempo? Perché forse non lo sai, ma ci aspettano quasi due giorni di macchina fino a Portland!»

Lei lo fulminò con lo sguardo. «Certo che lo so, come credi che sia arrivata da lì? E so anche che tu avresti preferito prendere un aereo e che non vedi l'ora di potermi sfottere perché io ne ho il terrore. Ma sai che c'è? Nessuno ti obbliga a fare questo viaggio con me, posso andarci da sola, dopotutto si tratta di mio padre, della mia famiglia!» disse, senza preoccuparsi di mostrare quanto fosse nervosa, sistemando con degli strattoni la sua borsa accanto a quella del ragazzo.

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