Dopo il concerto di New York, ci dirigiamo a Seattle, la mia città natale. Non sono tornata qui dalla fine del liceo. E, in effetti, quella fuga verso il New Jersey subito dopo il diploma non era stata casuale: non avevo nessuna intenzione di guardarmi indietro. Le memorie che legano Seattle a me non piacevoli. Solo traumi scolastici, emozioni mai davvero risolte. Mio padre è fuori città, e mia madre è in Kenya con il suo nuovo marito. Non ho nemmeno la possibilità di passare a casa e salutarla. Insomma, non c'è nessun motivo per cui avrei dovuto fare ritorno qui.
Arriviamo in hotel puntuali, come da programma, alle 8 di sera. Le luci della città brillano fuori dalla finestra, ma il mio cuore non sente quella connessione che speravo. Mi sento un'estranea, in un posto che una volta chiamavo casa.
«Cena fuori stasera?», propone Nick, cercando di smorzare l'atmosfera carica di silenzio.
«Non sono in vena di uscire stasera. Credo che mi ordinerò la cena in camera», dico
«Va tutto bene?» dico
«Sì. Solo stanchezza, e malinconia. Questa città ricorda casa, anche se non è più casa mia», ammetto.
L'atmosfera tra noi è silenziosa, ma serena. Nick cerca di capire senza forzare, senza invadere troppo. Però il mio pensiero torna sempre a lui, a Joe. In quel momento, Joe ci passa accanto con la sua valigia direzione reception. Non ci guardiamo, né ci salutiamo. Ci limitiamo solo a ignorarci. La distanza tra noi è diventata una cortina invisibile. Non ci siamo rivolti la parola per tutto il viaggio, nonostante eravamo l'uno accanto all'altra. Non ci sono stati guardi, né dialogo. Però, la tensione tra noi era palpabile.
Mi volto verso Nick. «Forse è meglio se stasera mi prendo un po' di tempo per me» dico, sorridendo. «Ho bisogno di riflettere su alcune cose».
Nick annuisce, e mi guarda con aria comprensiva, poi senza dire una parola, raggiunge Joe in reception. Io, invece, decido di non entrare subito in hotel e vado a farmi una passeggiata per Seattle. Tra le luci che illuminano la città, c'è solo il suono dei miei pensieri.
Perché non riesco a smettere di pensare a lui?
Mi siedo su una panchina, cercando di mettere ordine nei miei pensieri. Mi passo una mano tra i capelli, mentre mi guardo intorno, focalizzandomi su qualcosa che mi distolga dai pensieri che non riesco a fermare. È inutile: ogni cosa mi riporta a lui, a Joe.
Quando decido di ritornare finalmente in hotel, la serata sembra quasi scivolarmi tra le dite. Mi sento come se Seattle avesse aperto ferite che credevo ormai cicatrizzate. Cammino lentamente verso la reception, e il rumore dei miei tacchi risuonano nell'hall. Poi, lo vedo. Joe è al bancone, il corpo verso la barista che lo ascolta ridendo. Lui non mi vede, ma io sì.
La barista si avvicina, sussurrandogli qualcosa all'orecchio, e lui risponde con un sorriso che conosco fin troppo bene. Un sorriso che di solito riservava a me. Poi, all'improvviso, lui la bacia. Un bacio lungo, senza esitazione, come se ci fossero solo loro due nella sala. Il cuore mi balza in gola, e mi sento invasa da diverse emozioni contrastanti: rabbia, delusione, e impotenza.
Corro verso la mia camera, cercando di non pensare a niente. Joe è libero di ciò che vuole, di baciarsi con chiunque vuole, e io...non dovrei essere turbata. Devo concentrarmi sul nostro rapporto professionale. Niente di più, niente che vada oltre il lavoro, almeno così dovrei sentirlo. Eppure, la verità è che non ci riesco. Mi sento debole, ma non devo sentirmi così. Non ora. Non con lui. Decido di andare a letto, sperando che il sonno spazzi via ogni pensiero.
La mattina seguente, però, mi sveglio, ma qualcosa non va. Mi sento con la testa pesante, e mi fa male dappertutto, come se avessi corso una maratona senza averne la forza. Misuro la febbre e scopro che è alta. Prendo il telefono e chiamo Kevin, mantenendo la voce calma e composta. «Kevin, ciao, sono io» dico. «Volevo solo avvisarti che non mi sento bene. Ho la febbre alta. Non preoccuparti, passerà».
La sua voce dall'altra parte è preoccupata. «Vuoi che ti porti qualcosa?»,
«No. Mi riposo e poi starò bene. Non ti preoccupare», rispondo
«Ok.. più tardi», dico.
Riaggancio, e poso il telefono sul comodino e rimango a guardarlo per un momento, cercando di calmarmi.
Più tardi, un bussare mi sveglia di colpo. Mi alzo barcollando e, quando apro, mi ritrovo di fronte Joe.
Il cuore inizia a battere più forte, e un'ondata di frustrazione mi assale. «Cosa vuoi?», chiedo, mantenendo una voce più neutra possibile.
Lui mi guarda con quella espressione che ormai conosco fin troppo bene, tra preoccupato e distaccato. «Mi hanno detto che stai male»
«Non ho bisogno del tuo aiuto. Né della tua compassione. Torna dalla tua barista», dico, e tiro la porta per chiuderla, ma Joe è più veloce e la blocca con la mano.
«Siamo tutti preoccupati per te» dice, con voce morbida. Poi aggiunge, con uno sguardo che sembra scavarmi dentro: «Io sono preoccupato per te».
La sua vicinanza è una lama sottile che mi toglie il respiro. «Non serve che ti preoccupi», ribatto. «È solo un po' di febbre», dico, cercando di mantenere il controllo.
Ma Joe non si arrende. Spinge la porta e si infila in camera mia senza aspettare un mio invito. «È da quando siamo arrivati a Seattle che sei strana. Che succede, Julia?»
«Non ti riguarda. Sono cose mie. Stanne fuori», dico, cercando di essere distaccata e fredda. «La barista non ti starà aspettando?».
Ignora la frecciatina e si avvicina verso di me, riducendo la distanza tra noi. «Lo so che vuoi mantenere le cose professionali, ma io...io non riesco». Mi fissa con intensità che mi inchioda. «Mi piaci, Julia. Mi piaci davvero. E cerco di starti vicino, anche solo per discutere o per stuzzicarti. Non riesco a farne a meno».
Il mio cuore accelera, impazzito. Rimango immobile, senza sapere cosa dire.
Joe sospira, scuote la testa appena, poi aggiunge piano. «Non ti sto chiedendo nulla e non voglio costringerti. Volevo solo che tu lo sapessi». Detto questo, si gira ed esce dalla stanza, lasciandomi li, sola, in piedi, a fissare il vuoto.
Con un groppo in gola, torno a sdraiarmi e mi copro il viso con il cuscino. Chi avrebbe mai pensato che Joseph Adam Jonas potesse innamorarsi di una come me?
Eppure, è così.
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Strangers [Jonas Brothers]
Random* NUOVA VERSIONE* Julia è una giovane di 25 anni, appena laureata in Scienze della Comunicazione all'università del New Jersey. Ambiziosa e determinata a costruirsi una carriera, le viene offerta un'opportunità straordinaria: diventare la manager a...
![Strangers [Jonas Brothers]](https://img.wattpad.com/cover/200186826-64-k325378.jpg)