8. Confusione pt. 2

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Il colloquio con il signor Di Misi era più una formalità che altro, avevano bisogno di personale quindi non avevano molte scelte. Si era svolto in modo molto veloce, mi fece qualche domanda generale, poi chiese esperienze passate - ovviamente omisi la mia scarsa capacità nel mantenermi un lavoro - e volle sapere gli orari scolastici e quelli in cui avrei potuto lavorare. Concordammo che avrei iniziato il primo giorno di lavoro quello stesso martedì. Dalle tre e mezza alle sette e mezza. L'orario non era affatto male, per me, non potevo di certo lamentarmi. Sembrava un tipo molto distinto ma abbastanza informale.

Salutato il mio nuovo collega, mi diressi verso casa, sfinita e con un mal di testa post-sbornia. Confusa. Nervosa.

Non mi preoccupai neanche di chiudere la finestra che era rimasta aperta e mi buttai a peso morto sul letto, sperando di cadere in un sonno profondo senza sogni. O quanto meno senza incubi. Ma sapevo che non sarebbe stato possibile.

«Giulia.» due mani mi scuotevano il braccio con forza insicura. «Giulia, svegliati.»

Aprii gli occhi; mia nonna era di fronte a me, china sul mio letto e mi stringeva il braccio sinistro. «Nonna.» la voce rauca.

«Giulia, tesoro» sembrava confusa. «Ti ho lasciata dormire ma mi sembra un po' troppo.»

Sbattei le palpebre e mi tirai su a sedere. «Che ore sono?» presi il mio cellulare, leggendo l'ora nel display. Cosa? Le tredici e un quarto? «Nonna è tardissimo! Perché non mi hai svegliata prima?!»

«L'ho fatto» fece lei con tono di rimprovero. «Mi sa che qualcuno ieri ha fatto le ore piccole, eh?»

Era arrabbiata? Non riuscivo a capirlo, ero troppo rintontita per capirlo. «Scusa, nonna, è solo che...» Che, cosa?

«Scusarti?» Storse la bocca in un'espressione pacata. Non era arrabbiata. Sorrise. «Sono contenta che tu esca. Sei una giovane e abbastanza matura da permetterti di svagare il sabato sera.» Mi strizzò l'occhio con fare complice. Come si poteva non adorarla?

Mi sentii un po' in colpa. Mi aveva appena definito una "ragazza matura", una che sa come comportarsi. E io venivo da una notte in discoteca dove avevo assunto un quantitativo non raccomandabile di alcolici e avevo baciato un ragazzo che odiavo e che si era approfittato della mia leggerezza. Ingoiai, sentendo la gola secca e asciutta. «Nonna non... non sto benissimo. Scusa.»

«Vuoi un té?»

Pensai a quel tè ai frutti di bosco che mi aveva rifilato l'ultima volta e scossi la testa. «Preferirei un'aspirina.» Sospirai. «Nonna, verso le quattro mi vedo con Alice, ok?»

Precisamente tre ore e undici minuti dopo, mi ritrovavo seduta a un tavolino del McDonald's con Alice. Eravamo noi due, io e la mia amica storica nel nostro posto storico, dove andavamo sempre quando avevamo undici anni, per ordinare dei grandi e gustosi Milkshake al cioccolato. Eravamo sedute a un tavolino alto e rotondo color avorio con due sedie blu e grigie e bevemmo i nostri frappé un po' a disagio, all'inizio, e questa cosa mi fece male. Era la mia migliore amica e adesso eravamo messe in soggezione dalla nostra reciproca presenza. Come si può essere tanto familiari, tanto amiche e poi diventare questo?

Alice bevve dalla sua cannuccia e sorrise. «Che strano, eh?»

Istintivamente sorrisi anche io. «Già», poi mi sistemai meglio sulla mia sedia e continuai: «Come va a scuola?»

«Oddio, Giulia, sembri mia zia Teresa»

Risi, perché sua zia Teresa me la ricordavo anche io e aveva ragione, ogni volta che mi vedeva, sin da quando eravamo bambine, mi faceva sempre la stessa domanda, anche in estate: Come va a scuola? «La tipica domanda di zia Teresa» dissi, scuotendo la testa.

Il Pezzo MancanteLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora