Epilogo: At the beginning

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Knew there was somebody somewhere

I need love in the dark

Now I know my dream will leave on

I've been waiting so long

Nothing is going to tear us apart

And life is a road and I wanna keep goin'

Love is a river I wanna keep flowing

[Donna Lewis, Richard Marx]

***

Pisa

Dodici anni dopo, gennaio 1998


Ancora attonita per l'adrenalina emergenziale che l'aveva aggredita lungo il lume delle arterie principali, Lauren parcheggiò l'ambulanza in retromarcia nello spazio che il presidio di pronto soccorso del Cisanello dedicava. Il suo turno era ormai terminato da un'ora abbondante ma, poiché il suo collega, Manfredi, aveva accusato un imprevisto, aveva dovuto sobbarcarsi anche l'ultima chiamata. Quando però lo scorse a bordo di un altro mezzo, in attesa dei paramedici in turno, parte dell'ansia che nutriva si dissolse. Avviandosi all'uscita, dopo aver timbrato il badge, lo salutò agitando una palma sopra la testa, per poi chiudere il pollice e l'indice in una circonferenza imperfetta. Il sorriso smagliante che ottenne in risposta le consegnò un cuore più leggero: la notte era in buone mani.

Mentre gradualmente si lasciava l'imponente ospedale alle spalle, l'umidità che derivava dalla minacciosa presenza dell'Arno divenne sempre più consistente. Imboccò il viale alberato delle Piagge che già batteva i denti e tremava nei sibili della divisa. Poiché godeva del lusso di non dover impiegare l'automobile, accelerò sensibilmente il passo. Superata la chiesa intitolata a San Michele degli Scalzi, si infilò in una viuzza che garantiva un accesso più agevole e immediato a uno dei nuclei residenziali della zona. Presto infatti, giunse al cospetto di un condominio di recente ristrutturazione, che con i suoi sei piani emergeva fra tutti gli altri e offriva una visuale spettacolare sui lungarni dei quartieri centrali, Santa Maria, San Francesco, San Martino e Sant'Antonio. Incalzata dal tardo orario corrente e dall'oscuro mantello di Erebo, dribblò il citofono e girò la chiave nella toppa del portone d'ingresso. Snobbato l'ascensore, raschiò gli anfibi sul ruvido tappeto posto ai piedi della prima rampa di scale. Quasi senza accorgersene, sovrappensiero mentre riviveva la giornata trascorsa e a essa accostava il dolce viso di Camila, giunse in fondo al corridoio dell'ultimo piano.

Eccoci qua, si disse, notando il paio di pantofole a tema natalizio che giaceva con ordine sullo zerbino di spessa stuoia. Entrando, sbottonò la divisa all'altezza del collo.

- Camz? Sono io -. Appese il mazzo di chiavi a uno dei gancetti rimasti liberi e integri, soprattutto, e si affacciò oltre la lunga mensola che separava il disimpegno inziale dalla fusione di soggiorno, cucina e sala da pranzo. Non riuscì nemmeno a circumnavigarla che Camila la batté sul tempo e le gettò le braccia al collo, avvinghiandola come se soffrisse una mancanza di mesi, anziché di ore.

Era sbalzata dal divano su cui si era stravaccata, per nulla in vena di asciugarsi i capelli che aveva raccolto in uno spesso asciugamano rosa cipria, e ora sorrideva con ogni parte di sé; dalla bocca agli occhi, dagli alluci alle falangi finali delle mani, dalla fossetta nubile di destra all'inclinazione lieta che assumevano le orecchie.

- Finalmente, mi amor – chiosò con voce festosa. – Stavo per chiamare al pronto soccorso! -.

Lauren arricciò il naso in una maniera assai adorabile, prima di borbottare una protesta inintelligibile e premere morbidamente le labbra sulle sue.

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