CAPITOLO IV

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"Il discorso che ho fatto con lei l'altro giorno è stato strano: non ho altre parole per definirlo. Non mi era mai capitato che qualcuno fosse così disposto ad ascoltarmi e vorrei ringraziarla per questo. Non so ancora, però, se ho fatto bene a parlarle: è un dubbio che mi assilla! Me lo dica lei perché io non lo so davvero. Da una parte vorrei continuare, ma dall'altra mi chiedo perché io lo stia facendo.
Mi aveva detto di scrivere e così sto facendo. Lo sto facendo per lei.
Luigi Pirandello disse che ognuno di noi è "Uno, nessuno e centomila" ed io mi sento così.
Uno perché ognuno di noi è diverso dagli altri e sono certa ci sia un motivo per cui debba essere così, anche se non lo capisco.
Nessuno, che è quello che mi sento io, perché la vita in generale o le persone che ci circondano, secondo me, ci spingono a non avere una vera e propria identità.
Centomila è la conseguenza di essere Nessuno perché, non avendo una propria identità, ci conformiamo e ci adattiamo a come ci vogliono gli altri.

Ecco perché non dico ciò che penso perché, oltre al fatto che mi vergogno, mi sono sempre sentita giudicata per i miei pensieri. Quelle poche volte che l'ho fatto mi sono sentita schiacciata dai giudizi, dall'incapacità di ascolto degli altri e allora ho preferito non dire, non parlare, non pensare quasi.
Da quest'estate questi pensieri affollano la mia mente ed io mi sento sempre più giù: sono sempre più taciturna e sempre più chiusa nei confronti di tutti.

Non ho più voglia di fare niente, vengo a scuola solo perché devo e passo i pomeriggi contemplando pareti che non mi daranno mai le risposte di cui ho bisogno.

Credo di averla annoiata abbastanza con le mie paranoie e di averle fatto perdere del tempo prezioso.

Mi perdoni."

Quella notte i miei occhi fissarono le pareti della stanza. Era piccola e confortevole ed il colore dominante era il verde che ricopriva le pareti e vari mobili. La libreria la faceva da padrone perché amavo leggere e accumulare pile di libri. 
Non amando la luce, mi riparai nell'oscurità della notte ma, quella sera, la stanza era illuminata dai raggi flebili della luna che si insinuavano tra le fessure delle persiane non completamente serrate.
Ripensai a tutto ciò che riguardasse la mia professoressa e non riuscii a farmene una ragione: le avevo scritto una lettera in cui esprimevo tutto ciò che non avevo mai avuto il coraggio di dire a nessun'altra persona. Mi sentii spaesata ed incapace di trovare le spiegazioni di cui avrei avuto bisogno poiché non riuscivo mai a fermarmi di fronte al fatto in sé. Sentivo sempre la necessità di andare oltre e di rispondere a tutti i perché che la mia mente si ponesse. Quella volta, però, non riuscii a venirne a capo. 
Provavo sentimenti contrastanti a quali cercai di mettere un freno per paura che potessero sfuggirmi di mano. Non potei fare a meno di notare, però, come quella donna continuasse ad appropriarsi dei miei pensieri senza che io me ne accorgessi e, come un marinaio in balia delle onde, non sapevo ancora di dover affrontare una tempesta.

La mattina seguente mi preparai e corsi alla fermata dell'autobus che mi avrebbe condotta a scuola.
Tutte le mattine era diventata un'impresa riuscire a prenderlo perché non era mai in orario: arrivava sempre o troppo presto o troppo tardi ed io passavo quasi mezz'ora ad aspettarlo. La soluzione al mio problema sarebbe arrivata a breve poiché avevo deciso di prendere il patentino così da avere un mio mezzo e potermi sentire più libera.

Prima di iniziare la mia corsa, però, salutai i miei genitori che pretendevano sempre un bacio prima di uscire di casa. Un dolce abitudine ma a volte un po' fastidiosa.
I miei genitori, però, erano le persone più importanti della mia vita.
Mio padre era un avvocato di successo e, nonostante gli impegni, riusciva sempre a trovare il tempo per assicurarsi che tutto nella mia vita andasse per il verso giusto. Mia madre, invece, lavorava in una clinica veterinaria come infermiera. Il rapporto con lei era un po' più turbolento poiché i nostri caratteri erano l'uno all'opposto dell'altro e, molto spesso, non riuscivamo a trovare un punto di incontro. Nonostante ciò, tra me e lei c'era una complicità che non avevo mai riscontrato tra le mie amiche e le rispettive madri.
Avevano fatto i salti mortali per avermi ed ero arrivata quando iniziarono a perdere le speranze: sono stata un miracolo, a detta loro. Mi sono sempre ritenuta fortunata di essere nata in una famiglia come questa in cui, sin da piccola, la fiducia nei miei confronti non è mai mancata. Proprio per questo motivo, i miei mi avevano resa una ragazza libera e indipendente. 
Anche grazie a loro, nonostante la mia giovane età, risultavo essere molto più matura rispetto a tutti i miei coetanei.

Finalmente arrivai sul bus e stavo per scendere alla fermata vicino alla mia imponente scuola dove c'era Michela ad aspettarmi, come quasi tutte le mattine.

«Chiaaraaaa, sono qui!!»
«Sì, Michela ti ho vista. Non c'è bisogno che urli».
Odiavo quando mi metteva in imbarazzo gratuitamente ed ero certa che lo facesse di proposito.
«Allora, pronta per oggi?» disse con fare sospettosamente strano.
«In che senso? È solo un giorno come tanti altri...»
«Eh no! Non ricordi che ieri abbiamo chiesto l'assemblea di classe? Saltiamo due belle ore di lezione!»
«Ah sì?! E quali? Non ricordo niente»
«La professoressa Bellini di matematica e la professoressa di Francesca di latino».

Sospirai.

«Ah»
«Esattamente sei così dispiaciuta per quale motivo? Ah! Io lo so il motivo mia cara! I tuoi occhi dicono cose che tu non immagini!» disse ridacchiando.
«Cosa stai insinuando? I miei occhi sono...occhi...normali! Stai scherzando col fuoco tu!» risi anch'io e iniziai a rincorrerla mentre ci dirigevamo verso l'ingresso.

Proprio nella traversa che costeggiava la scuola stava scendendo dalla macchina proprio lei: la professoressa di Francesca!
Avrei voluto scappare ma Michela, che sospettava già qualcosa che neanche io avevo ancora capito, mi trascinò verso di lei.
Avrei voluto non l'avesse mai fatto perché dovetti assistere al suo bacio con il marito.
Non ebbi il tempo di metabolizzare l'immagine che si era palesata davanti ai miei occhi che:

«Prof! Buongiorno, come sta? Oggi assemblea eh, non lo dimentichi!»
«Buongiorno Michela, già attiva come sempre? Non lo dimentico, non preoccuparti. Pensa piuttosto a recuperare quel 5 di letteratura perché la prossima settimana dobbiamo cambiare argomento».

Io ero rimasta zitta, la bocca asciutta e lo sguardo assente: "Parla, reagisci, fai qualcosa!" pensai ma rimasi impassibile.

«Ciao Chiara» disse lei, guardandomi dritta negli occhi, e mi posò la mano sulla spalla.

Di nuovo, l'aveva fatto di nuovo e quello fu per me la scossa che finalmente mi fece risvegliare dal mio stato di trance.

«Buongiorno, professoressa» risposi e tirando Michela per la manica della felpa, la costrinsi a velocizzare il nostro passo.
«Proooooof, ci vediamo dopo eh! La aspettiamooooo!»

"Maledetta Michela, forse era arrivato il momento di parlarle" e, subito dopo aver pensato ciò, suonò la campanella della prima ora.

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