CAPITOLO 31 - ELIZABETH

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«So bene chi è lei» dico recuperando a poco a poco lucidità mentre gli stringo esitante la mano «mi stupisce invece che sembra lei sappia già chi sono io» concludo seria, mi sforzo di sorridere per non essere troppo scortese, dopotutto le sue questioni personali non mi riguardano. Anche se Nate sembra riguardarmi in modo sempre più personale...

«Ha ragione» dice incrociando le dita con disinvoltura «in verità, sebbene non l'abbia mai vista prima di questo momento, so bene chi è lei» prosegue continuando a sorridere, il suo tono estremamente gentile m'infastidisce. Devo aver spalancato gli occhi in modo lampante perché ride appena e s'affretta a continuare «mi perdoni, detto così sembra che io sia un folle» si sistema la giacca scura e torna a guardarmi, si fa più serio.

«Nathan mi ha spesso parlato di lei» conclude schiarendosi la voce, un sorriso incerto gli incurva le labbra e per la prima volta da quando ho messo piede in questa stanza mi sembra stanco, quasi triste.

Il fatto che Nate gli abbia parlato di me mi preoccupa visto che prima di adesso a stento riusciva a tollerare la mia presenza.

«Spero bene» dico più a me stessa che a lui con un filo di voce mentre afferro nervosamente una ciocca di capelli. Lo spero davvero.

«Più che bene» dice osservandomi con attenzione, il suo sguardo si posa sui fili che continuo a torturare «voglio essere del tutto sincero con lei» continua allontanandosi da me e passando finalmente al lato giusto della scrivania, scosta la sedia senza smettere di guardarmi «stavo cercando tra i moduli di richiesta per lo stage quello di mio figlio» apre l'unico bottone che tiene insieme la sua giacca a doppio petto, si siede.

«Ovviamente non c'era» un sorriso amaro gli flette le labbra e gli tende appena gli occhi mentre fissa una cornice scura alla sua destra, sospira mentre lo osservo in silenzio, poi torna a guardarmi «tra i moduli però ho subito notato il suo, conosco bene suo fratello e ho fatto due più due» conclude poggiando le mani, unite, sul piano davanti a sé.

«La seguo ma il motivo per cui ha voluto incontrarmi di persona continua a sfuggirmi» dico d'un fiato, il mio sguardo passa solo per un'istante sulla cornice scura che continua a darmi le spalle, spero che l'immagine che nasconde sia per lui il promemoria del fallimento più grande della sua vita.

Se prima era solo un timore, adesso, lo scenario terrificante in cui Nate darà di matto una volta saputo di questo incontro, si fa strada dentro di me aggiudicandosi il primato di certezza assoluta. Sei nella merda Elizabeth, complimenti!

«Volevo solo chiederle come sta» il suo tono è più basso, a tratti timoroso «abbiamo un rapporto particolare e non ho sue notizie da giorni» conclude inspirando a pieno.

Davanti ai miei occhi, insieme alle sue parole, prende forma l'istantanea chiara di Nathan. Gli occhi vuoti, profondi, stanchi, il petto che sale e scende affannosamente, la rabbia che gli consuma i denti e il dolore che riesce a sopraffarlo nel salotto di mio fratello. Se chiudo gli occhi, il momento in cui ho dovuto stringerlo per provare a tenere insieme tutti i pezzi ancora mi incrina la voce, ancora lo sento sotto pelle.

E quest'uomo ha il coraggio di chiedermi, adesso, come sta. 

Ha il coraggio di starsene rilassato nel suo vestito elegante, dietro la sua scrivania di lusso, spavaldo a capo del suo castello di cemento fingendosi pure preoccupato quando avrebbe dovuto restituire a suo figlio una sola cosa: la verità. Avrebbe dovuto accamparsi fuori casa sua, dargli una spiegazione, non chiudere occhio e implorare il suo perdono ogni maledetto giorno della sua inutile vita. La rabbia mi fa stringere i pugni e mi alzo di scatto.

In effetti usare me per arrivare a suo figlio si addice molto meglio all'idea che mi ero fatta di lui prima di scoprire che vive nascosto dietro una maschera di snervante gentilezza.

Profondi come il mareLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora