CAPITOLO 41 - NATHAN

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Ho sempre paragonato l'alcol a una donna di bell'aspetto.

Una sorta di sirena con il viso d'angelo, il richiamo ammaliante e i denti affilati, pronta a spingerti a fondo, a farti affogare. Una che t'incanta, fa promesse e non delude le aspettative, mai.

Certo, fa schifo, su questo siamo tutti d'accordo. Eppure tra le sue braccia ti senti cullato, anestetizzato, lontano anni luce dalla tua stessa vita che perde consistenza e diventa confusa, meno dolorosa.

Dura solo un attimo, i postumi sono un vero inferno, lo sai già, ma è quello che vuoi, è esattamente ciò che più desideri.

Stasera ho lasciato che mi seducesse, che prendesse ogni parte di me, che mi facesse dimenticare tutto. Le ho chiesto di mettere a tacere per un po' la voce di Elizabeth che m'incasina la testa, di alleggerire le parole di Andrew che mi gravano addosso, di spegnere le paranoie che riguardano mio padre. L'ha fatto.

Mi ha regalato qualche istante di pace, libertà, un'apatia totalizzante. Poi il sogno si è infranto, la mia sirena ha smesso di confortare, ha azionato il conto alla rovescia per il baratro, mi ha spinto verso il punto di non ritorno. Ho superato il limite, ho grattato il fondo.

Al primo sorso della seconda bottiglia mi ha sussurrato che il mio tempo era scaduto da un pezzo. Mi sono spento, ho visto la realtà scivolarmi tra le dita rapidamente ma era troppo tardi, attorno a me non c'era più niente.

Un attimo prima la sala ha preso a girare così velocemente che lo stomaco stava per uscirmi dalla bocca e quello dopo ero immerso nel buio. C'era un silenzio assordante, se non fosse stato per il cuore, che continuava a tamburellarmi ossessivamente nelle orecchie, avrei pensato di esser morto.

Dopo non so quanto tempo mi è parso di stare in macchina, ho intravisto delle case, forse pure degli alberi ma sfrecciavano a una velocità non adatta al mio stomaco debole, ho chiuso gli occhi. Si può guidare ad occhi chiusi?

Ho sentito delle braccia scivolarmi attorno al torace, stringermi e tirarmi su. Ho sentito una voce chiamare ripetutamente il mio nome, scostarmi i capelli mentre il mio stomaco si contorceva dichiarando la sua resa.

Ho sentito una mano stringere la mia, scuotermi con forza, obbligarmi ad aprire gli occhi. Non ne avevo voglia ma l'incrinatura nel tono mi ha convinto.

Li ho aperti lentamente, ho provato ad evitare che la luce mi colpisse ma ho fallito, la mia testa ha vibrato come l'anima di una campana appena percossa.

Ho messo a fuoco la figura accovacciata al mio fianco a fatica, pezzo dopo pezzo. Quando i nostri occhi si sono incontrati ha sorriso, la sua espressione mi ha portato indietro nel tempo. Ho pensato che la sirena con me non avesse finito, che volesse schernirmi ancora.

Per un attimo mi sono rivisto da bambino, con la febbre alta, i canovacci bagnati sulla fronte e la sua voce profonda a rassicurarmi. Da piccolo l'amavo, cazzo se l'amavo, l'amavo come solo un figlio sa fare.

Che lo sentissi solo per telefono perché costantemente in viaggio, la sera tardi steso accanto a me per farmi addormentare, tra storie di azione e coraggio, o nel suo ufficio mentre mi spiegava quello che aveva costruito dal nulla con infinito orgoglio, non aveva importanza.

Elemosinavo, collezionavo e custodivo ogni attimo. La sua immagine riflessa nei miei occhi diventava perfetta, inscalfibile, gli conferiva ad honorem il titolo d'eroe più forte di sempre.

Un sospiro di sollievo gli ha riempito il petto, si è lasciato andare poggiando la tempia alla mia, gliel'ho concesso.

Mi sono reso conto in quel momento della nostra scomoda e strana posizione: seduti per terra, spalla a spalla, la schiena contro le mattonelle chiare del bagno principale.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Aug 05, 2022 ⏰

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