Guardare mio fratello e Nate fare a pugni è stato avvilente, esasperante e soprattutto deludente.
Ho visto bruciare, per la prima volta, negli occhi di mio fratello una gelosia irrazionale e delirante, ho visto l'affetto diventare rabbia e la delusione plasmare parole di cui pentirsi l'attimo dopo.
Ho visto, allo stesso modo, negli occhi di Nathan la volontà di spiegare rompersi sotto il peso di una frase fuori posto, ho visto la razionalità piegarsi per la pura veemenza dell'istinto. Ho visto tutto senza riuscire però a far niente.
Anche se c'ho provato, ho urlato, ho persino supplicato entrambi di mettere fine a quello scontro tanto primitivo quanto inutile, ma nessuno dei due voleva sentirmi. Mi sono sentita impotente, del tutto invisibile.
La mia voce ha fatto da contorno, diventando un ronzio alle loro orecchie quasi impercettibile, è andata persa in fiumi di collera. Ho pensato che non smettessero mai, che separarli sarebbe stato impossibile.
Poi, nel caos del buio, è tornata la luce. Ha preso le sembianze degli occhi blu tempesta di Nathan, delle mani di mia madre e della voce decisa di mio padre. Si sono fermati subito.
Quando gli occhi di Nate hanno trovato i miei sembrava mi vedesse per la prima volta dopo secoli. Ha stretto la mascella con il labbro inferiore spaccato e il petto ancora agitato, tra le ciocche nere fuori posto s'intravedeva appena una ruga spessa, proprio al centro della fronte. Le spalle ancora tese, un espressione buia e dispiaciuta stampata in viso.
È rimasto immobile mentre i miei occhi rimbalzavano come fulmini da lui a mio fratello. Tutta la rabbia che fino a un attimo prima animava entrambi è fluita rapidamente da loro a me. Avrei voluto riempirli io stessa di botte per la paura che ancora mi tiene in ostaggio il respiro.
Non volevo che né l'uno né l'altro mi toccasse, ancor meno mi parlasse. Permettergli di farlo avrebbe significato cedere, assolverli subito senza fargli capire l'importanza delle mie parole. Non sono più una bambina, non appartengo a nessuno dei due.
Ho sputato un po' di rabbia su entrambi e sono corsa via, lasciandomi la cucina e il loro patetico teatrino alle spalle. Sono arrivata in giardino con le gambe ancora instabili e gli occhi pieni di lacrime. Idioti.
Se non ci fossi stata si sarebbero fermati? E se non fossero intervenuti i miei? E se io e Nate avessimo continuato ad odiarci, ora sorriderebbero felici?
Con queste e altre mille domande mi sono seduta sulle scale che terminano sull'erba bassa e curata della mia casa d'infanzia. Il viso tra le mani e una pioggia di lacrime di sollievo e preoccupazione.
«Va tutto bene amore?» la voce di mia madre arriva dolce alle mie orecchie mentre la sua mano mi sfiora la schiena, morbida come un guanto di velluto. Si siede accanto a me passando le dita tra i miei capelli districandoli con delicatezza, proprio come faceva quando ero piccola.
«Era necessario?» dico asciugando le guance ancora bagnate, mia madre sorride pizzicandomi il mento con affetto «Sono stanca mamma.» concludo in un sospiro.
È la verità. Se mi guardo indietro non c'è stata una volta, nemmeno una, che non abbiano risolto qualsiasi tipo di conflitto che mi riguardasse, con le mani.
Prima è toccato al ragazzo che in terza media aveva commesso il terribile errore di corteggiarmi, poi a quello che aveva osato invitarmi a uscire o ancora a quello che s'era spinto troppo oltre con le parole fino ad arrivare al primo che aveva tentato di baciarmi. Ora è il momento in cui si ammazzano perfino l'uno con l'altro. Come se ne avessero il diritto, come se la mia vita dipendesse da loro.
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Profondi come il mare
RomanceNathan Walker è tutto quello che ogni ragazza desidera: impertinente, carismatico e senza dubbio bellissimo. Elizabeth Gray è una sognatrice, è schietta e odia stare al centro dell'attenzione. A suo dire, la sua sfortuna più grande è essere la com...
