CAPITOLO VENTI

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Il fruscio arriva da sinistra

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Il fruscio arriva da sinistra.

Non è un suono improvviso.
Non è uno scatto.
È un avvicinarsi.

Troppo regolare per essere un animale che fugge.
Troppo pesante per essere un capriolo.
Troppo preciso per essere qualcuno che si è perso.

È il tipo di rumore che appartiene a chi conosce il terreno, a chi sa dove mettere i piedi e quando farsi sentire.

Il mio corpo reagisce prima ancora che la mente trovi una forma precisa per il pensiero. È come se qualcosa dentro di me si fosse acceso di colpo, un interruttore che non ricordo di aver mai spento davvero.

Le spalle si tendono.
La schiena si irrigidisce.
Il peso scivola in avanti, pronto.

È un riflesso vecchio.
Non insegnato.
Inciso.

Non devo voltarmi per sapere che Chanel si irrigidisce.

La sento dietro il mio fianco, appena scostata, abbastanza vicina da percepire il cambiamento del suo respiro. Non fa rumore. Non si muove. Ma il suo corpo parla comunque, come fanno le cose fragili quando capiscono di essere fuori posto.

Il suo respiro diventa più corto.
Più attento.
Come se stesse cercando di scomparire.

È una sensazione strana, sentire qualcuno così vicino in un posto come questo. Il bosco non accoglie. Non protegge. Il bosco registra. Ogni presenza lascia una traccia, ogni errore viene conservato come un debito.

E Chanel non dovrebbe essere qui.

Il bosco cambia suono quando succede qualcosa di sbagliato.

Non è silenzio.
Il silenzio è naturale.

Questo è attesa.

Gli uccelli smettono di cantare uno dopo l'altro, non di colpo, ma come se un segnale invisibile li stesse zittendo in sequenza. L'aria sembra più spessa, più difficile da inspirare a fondo. Persino il vento, che prima muoveva appena le foglie, si ferma.

«Rares...?» sussurra lei.

È poco più di un soffio. Se non fossi già teso come una corda pronta a spezzarsi, potrei non sentirlo nemmeno. Ma lo sento. Lo sento fin troppo.

Mi volto appena, quel tanto che basta per intercettarla, e le afferro il polso. La tiro dietro di me con un gesto rapido, netto, quasi brutale nella velocità. Le dita si chiudono forte, più forte di quanto vorrei.

Me ne accorgo.
Ma non allento.

Non posso permettermi delicatezza.

«Non parlare.»

La mia voce è bassa, ruvida, controllata a forza. Non è rabbia. È urgenza. È la consapevolezza che ogni suono fuori posto può essere un errore irreversibile.

𝘽𝙖𝙡𝙖𝙘𝙡𝙖𝙫𝙖Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora