CAPITOLO VENTUNO

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Buon pomeriggio ragazze, spero stiate bene. Scusate per l'enorme ritardo con l'aggiornamento .
Nonostante ciò, volevo ringraziarvi per essere sempre pronte a supportarmi e per continuare con la lettura di questa storia.
Spero continui a piacervi, non vi stufi e mantenga alto il vostro interesse.

Spero continui a piacervi, non vi stufi e mantenga alto il vostro interesse

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Non ho praticamente dormito.

Non che questo sia nuovo, ma questa volta è diverso.

È come se la notte intera mi avesse tenuto gli occhi aperti con due dita sulla fronte, costringendomi a rivedere ogni singolo secondo del bosco: la treccia di Chanel, la sua voce che dice "Non ho paura di te", le sue mani sul mio viso, il quasi-bacio che mi ha lasciato addosso una fame che non so nemmeno descrivere. E poi Malek. E Dimitri. E lo sguardo di Dimitri che mi ha attraversato come un coltello.

Era ovvio.

Era fottutamente ovvio che sarebbe successo.

Eppure mi comporto come un idiota.

Il mattino arriva grigio come sempre sul villaggio.

Sono seduto sul tetto della roulotte della mamma – che in realtà roulotte non è, è un furgone scassato che ci ostiniamo a chiamare casa – con un piede che penzola e l'altro che rimbalza contro la lamiera, nervoso.

Da qui si vede tutto il campo: i bambini che corrono scalzi, le donne che appendono coperte come se stessero costruendo un mosaico di colori, gli uomini che si passano sigarette che sembrano sempre le ultime rimaste sulla terra.

E poi ci sono io: un buco nero in mezzo a tutta questa confusione.

La porta del furgone si apre con un cigolio di ferraglia.

«Sei sveglio?» chiede mia madre, anche se mi vede in silhouette sulla lamiera.

«No, mamma. Sto dormendo in verticale.»

«Spiritoso.»

Esce, con un cesto di panni sotto il braccio. Ha i capelli legati in una treccia che le cade tra le spalle, e gli occhi che mi trapassano come raggi X. «Vieni giù. Non ti siedi mai come una persona normale.»

«Mi piace stare qui.»

«Mi piace» ripete, imitando la mia voce più profonda. «Tu sei nervoso.»

«Non sono nervoso.»

Lei punta un dito verso il mio piede, che si muove come un martello pneumatico. «Ah no?»

Mi blocco.

Lei sorride da mamma che ne ha viste troppe.

«Scendi.»

È un ordine gentile, ma un ordine.

Sbuffo e scivolo dal tetto, atterrando a un metro da lei.

La mamma si sistema un ciuffo e va a stendere i panni su una corda improvvisata tra due furgoni.

𝘽𝙖𝙡𝙖𝙘𝙡𝙖𝙫𝙖Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora