CAPITOLO VENTIDUE

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La verità è che non so cosa pensavo sarebbe successo dicendo a mia madre e a Eduard che dovevo vederla

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La verità è che non so cosa pensavo sarebbe successo dicendo a mia madre e a Eduard che dovevo vederla. Forse volevo solo rimettere in ordine la testa. Forse volevo confermare che, dopo il bosco, non era stato un errore, ma neanche una promessa. Forse volevo solo... respirare. Perché da ieri ho la sensazione di non farlo davvero.

La trovo nel punto in cui speravo non fosse, perché significa che sta diventando prevedibile per il mio cuore e pericolosa per la mia vita.

Seduta sul muretto basso che delimita il sentiero, i capelli stretti in una coda disordinata che sembra fatta mentre correva. Le ginocchia tirate al petto, le dita incrociate attorno alle calze a pois rossi.

Il vento le scompiglia qualche ciocca e lei si volta verso di me con quell'aria che odio e adoro allo stesso tempo: come se sapesse che sarei arrivato. Come se non ci fosse un mondo dove io possa davvero evitarla.

«Rares.»
Il modo in cui pronuncia il mio nome è una fottuta carezza. Mi dà fastidio quanto mi piace. Quanto si adagia addosso al petto, come se le appartenesse.

«Non dovevi venire qui» le dico come prima cosa. È stupido, lo so. Lei lo sa. Solleva un sopracciglio e solleva le maniche del top azzurro cielo.

«Eppure mi hai raggiunto.»
«Non dovresti aspettarmi.»
«E tu non dovresti guardarmi così.»

Mi blocco. «Come?»
«Come se stessi per scappare o baciarmi. Non riesco mai a capire cosa scegli.»

Cristo. Parte già così. Sento un sorriso tirarmi l'angolo della bocca, ma lo soffoco prima che prenda forma.

«Non guardo nessuno in quel modo.»
Lei ride. Una risata breve, incredula, che mi colpisce in gola. «Va bene, stronzetto.»

«Chi ti ha detto che puoi chiamarmi così?» domando, andando a sedermi a una distanza di sicurezza. O almeno cerco di crederlo.

«Me lo suggerisce l'istinto.»
«L'istinto ti suggerisce un sacco di stronzate.»
«Eppure eccomi qui. Viva, intera, non rapita né rasa a zero.» Mi lancia uno sguardo malizioso. «O sbaglio?»

Scuoto la testa. «Devi smetterla di girare con me. Davvero.»
«Perché? Mi rapisci?»
«Chanel.»
«Dimmi, temibile Batman.» Fa una pausa teatrale. «Ho paura o no?»

Le passo una mano sugli occhi, stizzito. «Sei insopportabile.»
«Lo so. Ma, a quanto pare, continui a tornare.»
Ecco, di nuovo. Mi legge troppo bene.

«Non dovresti essere qui» ripeto, più piano, più vero.
Lei si sistema il foulard. «E tu?»
«Io...»

La frase muore. Perché non ho una risposta che non sia umiliante.
Lei lo nota. Sempre. Sempre un po' troppo.

«È successo qualcosa ieri?» chiede, inclinando la testa come fa quando cerca di capire se sto per mentire.

«No.»
«Rares.»

𝘽𝙖𝙡𝙖𝙘𝙡𝙖𝙫𝙖Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora