DALL'11 MARZO SU AMAZON E KU IN VERSIONE CARTACEA E DIGITALE
-
«Dicono che sono pericoloso.
Che se ti avvicini, ti rovino.
Forse è vero.
Ma tu sei già troppo vicina.»
Rares conosce solo il buio. Il mondo per lui è fatto di ombre, di sopravvivenza, d...
Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.
Eduard resta appoggiato al muro della roulotte, le braccia incrociate sul petto, la spalla che tocca appena la lamiera fredda. Non si muove. Non dice niente.
Non ne ha bisogno.
È sempre stato così. Vede tutto. Dice poco. Capisce troppo.
La luce sopra il vassoio che usiamo come specchio sfarfalla, fa un rumore elettrico fastidioso, come se stesse per spegnersi da un momento all'altro. La ignoro. Tengo gli occhi fissi sul riflesso davanti a me, come se distogliere lo sguardo potesse farmi perdere il coraggio che sto fingendo di avere.
Ho le mani nei capelli.
Lunghi. Pesanti. Maledettamente familiari.
Le dita si incastrano tra le ciocche scure e tirano appena, senza davvero stringere. È incredibile come qualcosa di così semplice possa diventare insopportabile da portare addosso. Ogni nodo è un richiamo. Ogni centimetro è un ricordo che non se ne vuole andare.
Non sono solo capelli. Non lo sono mai stati.
Eduard schiarisce appena la gola. Un suono minimo, ma lo sento.
«Se non vuoi—» inizia.
«Voglio.»
Lo interrompo prima che possa finire la frase. La parola esce secca, dura, come se l'avessi affilata apposta. Troppo in fretta. Troppo sicura.
È una bugia. Ma è quella che mi serve per andare avanti.
Resto a fissarmi nello specchio. Occhi scuri. Occhiaie profonde. La bocca serrata come se stessi trattenendo qualcosa che non mi posso permettere di lasciare uscire. Sembro uno che ha combattuto una guerra e ha perso, ma non ha ancora avuto il tempo di rendersene conto.
I capelli mi scivolano sulle spalle. Li sento tirare. Non fisicamente. Dentro. Come se cercassero di trattenermi. Come se sapessero cose che io sto cercando di cancellare.
Tuo padre adorava i capelli lunghi, lo facevano sentire potente.
La sua voce mi arriva addosso senza preavviso, chiara come se fosse qui. Mamma me lo diceva sempre. Ogni volta che qualcuno faceva un commento. Ogni volta che qualcuno scuoteva la testa vedendomi passare.
Li aveva lunghi anche tuo padre. Neri.
Lo diceva come se fosse una cosa buona. Come se fosse un'eredità. Non un peso.
Li ho tenuti per lui. Perché era l'unica cosa che non mi avevano portato via. Perché tagliarli avrebbe significato accettare che non sarebbe mai più tornato.
Abbasso lo sguardo verso la mensola sopra il lavandino.
Il rasoio è lì.
Vecchio. Consumato. La plastica graffiata, il nastro isolante che tiene insieme quello che dovrebbe essere già stato buttato. L'ho usato su decine di teste. Uomini che volevano sembrare diversi. Invisibili. Nuovi.