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«Dicono che sono pericoloso.
Che se ti avvicini, ti rovino.
Forse è vero.
Ma tu sei già troppo vicina.»
Rares conosce solo il buio. Il mondo per lui è fatto di ombre, di sopravvivenza, d...
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La prima cosa che sento è la fredda puzza di umidità che mi entra nei polmoni. La seconda è il dolore. Non fisico, quello ormai fa parte di me come le cicatrici che mi porto addosso. Parlo del dolore che ti stringe la gola come una mano invisibile, quello che ti sveglia prima ancora che tu apra gli occhi.
Rimango sdraiato sul fianco, l'avambraccio sotto la testa, la coperta tirata su fino al petto. Il materasso è sottile come un foglio e si affossa sotto il mio peso, scricchiolando. La roulotte traballa appena ogni volta che il vento la colpisce. Fuori piove. Lo capisco dal tamburellare costante delle gocce sul tetto. Ritmico. Inesorabile. Come un conto alla rovescia.
Non voglio muovermi.
Non voglio respirare.
Non voglio pensare al motivo per cui siamo qui, in questa nuova terra che odora di fango e abbandono. Una terra che non conosco e che non voglio conoscere.
Stringo gli occhi. Sento i muscoli del collo tirarsi, tesi come corde di violino sul punto di spezzarsi.
Un colpo alla porta mi fa aprire gli occhi di scatto.
«Rares?» È la voce di Stefan. Non quella tranquilla. Quella che usa quando è irritato e cerca di non urlare.
Non rispondo.
Il colpo si ripete, più forte.
«Apri, Cristo. Sappiamo che non dormi.»
Mi tiro la coperta sulla testa come un ragazzino che vuole scomparire. Non voglio vederli. Non voglio sentire la loro voce. Non voglio spiegare che dentro di me si è aperta una voragine che non so come chiudere.
La porta si apre lo stesso. Stefan entra senza bussare più. È bagnato da capo a piedi, i capelli neri appiccicati al viso. eduard lo segue, più silenzioso, la mascella contratta.
«Santo cielo, guarda come sei messo.» sbuffa Stefan. «Sembri un morto lasciato al sole.»
«Non sono al sole.» ringhio da sotto la coperta.
«Vedi? Parla. Quindi è vivo.» commenta Eduard, incrociando le braccia.
Stefan si avvicina al letto, affonda la mano sotto la coperta e me la strappa via dal viso.
«Alzati.»
Lo guardo con occhi vuoti. Vuoti in un modo che nemmeno io riconosco.
«No.»
Lui digrigna i denti. «Dobbiamo andare a vedere il villaggio nuovo. Capire se è sicuro, se possiamo muoverci, se—»
«Andateci voi.»
Eduard scuote appena la testa. «Rares, questo non sei tu.»
«Come lo sapete chi sono?» scatto. «Avete idea di quello che mi è stato tolto?»
Silenzio.
Stefan apre la bocca, ma Eduard gli mette una mano davanti per zittirlo.
«Noi andiamo.» dice semplice. «Quando esci da questa bara di metallo, sai dove trovarci.»