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«Dicono che sono pericoloso.
Che se ti avvicini, ti rovino.
Forse è vero.
Ma tu sei già troppo vicina.»
Rares conosce solo il buio. Il mondo per lui è fatto di ombre, di sopravvivenza, d...
*Rubrica consigli di Martha: ascoltate la canzone "In the name of love" durante la lettura, fidatevi di me. Ah e chiudete il capitolo senza leggere, vi conviene ;-)*
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Agape (ἀγάπη) Agape è l'amore incondizionato, anche non ricambiato. Va al di là delle forze umane, è un amore puro e senza alcuna aspettativa.
Cammino a passo svelto, con la testa bassa e le spalle ricurve, con lo sguardo che oscilla come un pendolo tra i vari ciottoli presenti sul sentiero.
Nonostante io non sia girato all'indietro, riesco a sentire gli occhi di mamma puntati addosso, il che mi fa inarcare ancor di più: odio quando mi fissa, specialmente se so il perché.
Stronfio parecchie volte lungo il percorso, cercando di accelerare la camminata quasi fino a farla diventare una corsa, per sfuggire agli occhi il prima possibile.
Con le mani infilate sotto l'elastico dei pantaloncini, a simulare delle tasche che non ci sono, sfilo oltre il solito edificio, piantandomi con la schiena contro la sua parete.
Mi lascio scivolare fino a terra con il sedere, allungando le gambe e toccando i cassonetti con le punte dei piedi.
Sento il bacino leggermente indolenzito e le costole che ardono di dolore, ma stringo i denti.
Non è nulla in confronto al dolore che sento dentro.
Potrebbero anche strapparmi a freddo un osso che non sentirei nulla, paragonato al sentimento che sto provando in questo momento: sì, perché sono sicuro che lei sarà lì dentro.
Potrei giurarci e cazzo, non sono pronto a rivederla.
Camminare per le corsie, passarle accanto, andarle oltre senza guardarla: c'è qualcosa che potrebbe fare più male?
Non so nemmeno se ne sarei capace, a continuare come se nulla fosse, ma devo farlo. E fa male, cazzo, il pensiero di doverla ignorare.
Poggio la testa contro il muro ruvido, graffiandomi la cute, e socchiudo le palpebre.
Inspiro, fino a che i polmoni non sono più in grado di espandersi e immagazzinare aria, e trattengo il fiato, sentendo amplificato il battito cardiaco.
Lo trattengo, lo trattengo, lo trattengo, finché non mi viene quasi da svenire; allora lo rilascio, lentamente, come farei con il fumo di una sigaretta, se solo l'avessi appresso.
Con le mani mi tartasso i peli delle gambe, mentre prendo un altro respiro profondo.
Posso sentire le porte del negozio aprirsi e chiudersi, i chiacchiericci della gente e sento una morsa stringermi lo stomaco. È come se ci fosse una pressa sopra di esso, mentre la nausea prende il sopravvento e del reflusso acido mi arriva sino in gola.