CAPITOLO VENTOTTO

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Striscio le scarpe sporche e malmesse contro il selciato, facendo volutamente più rumore del necessario, trascinando la suola come sestessi tritando ghiaia sotto i piedi

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Striscio le scarpe sporche e malmesse contro il selciato, facendo volutamente più rumore del necessario, trascinando la suola come se
stessi tritando ghiaia sotto i piedi.

Il rumore è così fastidioso che perfino i piccioni sopra il tetto si spostano, e Marco si gira con un'espressione che grida indignazione e minaccia di morte.

Eduard invece non si gira, ma lo vedo irrigidire la schiena, come se un pezzo di ghiaccio gli fosse scivolato lungo la colonna vertebrale.

È il suo modo di dire: smettila, fratello, ti prego. Io continuo. Perché mi diverte. E perché oggi, in particolare oggi, voglio vedere il mondo bruciare lentamente sotto le mie suole.

C'è qualcosa in me che pulsa, pesante, nervoso, come se stessi camminando con un alveare pieno di vespe incastrato nel petto.

Ogni passo è un fastidio, ogni respiro una fitta. La parte peggiore?
Io so esattamente cosa mi sta mandando in questo stato. E faccio di tutto per non pensarci. Perché se lo faccio, se anche solo accarezzo
l'idea – crollo. E oggi non posso permettermelo.

Marco si ferma di scatto e mi punta un dito contro, quella cazzo di vena sul collo che pulsa come se stesse per esplodere.

«Ma devi proprio fare così, Rares?» sbotta, esasperato. «Sembri un vecchio ubriaco che cerca di attirare l'attenzione.»

Io sollevo un sopracciglio. «Che coincidenza, sembri proprio uno che vuole litigare.»

«Magari lo voglio davvero. Almeno smetti di fare il cretino.»

Eduard interviene con un sospiro lungo il doppio della sua vita.

«Basta. Cristo. Siamo qui da cinque minuti e già volete spaccarvi il cranio.»
«Non io,» ribatte Marco. «Lui vuole spaccare il mondo, mi pare.»

Io sollevo le spalle, scrollando via l'ennesimo brivido di rabbia che mi sale sulla nuca.

«Se vi dà fastidio il rumore, camminate più forte
voi.»

Marco fa un passo avanti, come se davvero volesse prendermi per il collo. Eduard gli mette una mano sul petto, lo spinge indietro.

«Non oggi.»
Marco gli scansa la mano. «È così da giorni. Da quando siamo arrivati qui. Da quando...»
«Non lo dire,» ringhio, un tono più basso, più pericoloso di quanto voglia.

Il suo sguardo cambia. Forse ricorda cosa è successo a Ruin- no. A Quello-che-non-devo-nominare. Forse ricorda che sono a un passo
dal perdere completamente la testa. Forse ricorda che basta un niente per farmi saltare.

«Va bene,» sbotta infine. «Andiamo. Ma se continua a fare casino io me ne torno indietro.»
«Vai pure,» rispondo secco. «Nessuno ti trattiene.»

Eduard sospira così forte che sembra voler far crollare un edificio.
Riprendiamo a camminare lungo la strada principale di Neravalle, se quel nome può davvero descriverla. L'aria sa di resina e di pioggia non ancora caduta. Le montagne circondano il paese come uno scheletro enorme, una gabbia naturale che rende ogni cosa più stretta. Le case sono per la maggior parte in pietra, vecchie, restaurate alla bell'e meglio. I balconi sono pieni di panni stesi e fiori verticali,
quasi sempre rossi o gialli, e il profumo di mosto e legna bruciata impregna tutto.

𝘽𝙖𝙡𝙖𝙘𝙡𝙖𝙫𝙖Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora