CAPITOLO VENTIQUATTRO

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Piccolo capitolo di passaggio,
Bacetto!

Piccolo capitolo di passaggio,Bacetto!

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Il viaggio non è stato lungo. Non è stato corto. Non è stato niente. È stato solo un percorso. Una linea retta. Una fuga obbligata che non ho scelto, che non volevo, che non avrei mai accettato se avessi avuto anche solo un briciolo di libertà... o di buon senso.

Tengo le dita strette al volante della Mercedes, così forte che le nocche mi fanno male.

La pioggia batte sul parabrezza come una raffica di sassate, trasformando il mondo fuori in una massa informe. Ma nemmeno me ne accorgo.

Non distinguo nulla. Gli alberi, le curve, le case lontane: tutto è un'unica macchia grigia.

Edward parla a tratti. O forse è la mia immaginazione.

«Siamo quasi arrivati.»
Non rispondo. Non lo guardo. Non guardo nessuno.

Il motore borbotta quando accelero troppo, ma non rallento. La cinta mi tira contro il petto a ogni buca, a ogni sbandata. Mi sembra quasi di meritarlo. Di dovermi far male per restare sveglio.

Per non lasciarmi andare. Per non pensare a lei.
La strada è una cicatrice che attraversa i campi. Una cicatrice come quella che ho dentro, solo molto meno profonda.

Perché la mia si sta allargando. Si sta spaccando. Sta arrivando ovunque.

Non penso a quando l'ho lasciata andare via.
Non penso al modo in cui Lazar ha pronunciato "le faccio saltare la testa".

Non penso a come mi si è gelato il sangue. Non penso. Non devo.

Quando finalmente vedo il cartello Neravalle, consumato e storto, mi si chiude lo stomaco come una morsa.

Un nuovo villaggio. Una nuova prigione. Un nuovo modo per ricordarmi che non sono niente.

«Parcheggia lì.» Edward indica uno spiazzo fangoso sotto i pini.

Obbedisco. Non per lui. Perché non ho alternative.
Spengo il motore.

Il silenzio è assordante. Per un secondo penso di restare nell'auto per sempre. Di non scendere. Di non esistere.

Sarebbe facile. Troppo facile.
La portiera si apre da sola. Edward. La richiude piano, come se avesse paura di farmi scattare. Dovrebbe. Non sono stabile. Non lo sarò per un po'.

Quando finalmente scendo, la pioggia mi cade addosso come chiodi gelati.

Sento l'acqua infilarsi tra i capelli, scendere lungo la schiena, bagnarmi la felpa.
Non faccio niente per proteggermi.

𝘽𝙖𝙡𝙖𝙘𝙡𝙖𝙫𝙖Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora